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Spazio 70

[471] Via Fani. Il tragitto di Aldo Moro era davvero prevedibile?

Donnerstag, 8. Oktober 2026 · 49 min

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Shownotes

Il 16 marzo 1978, intorno alle nove del mattino, un commando delle Brigate Rosse attacca in via Fani le auto di Aldo Moro e della sua scorta. In pochi istanti vengono uccisi Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moro viene rapito. Inizia così una delle vicende più drammatiche, se non la più drammatica in assoluto, della recente storia repubblicana.

La domanda «perché via Fani?» è una di quelle questioni rimaste ai margini del cosiddetto caso Moro, pur toccando un punto essenziale della vicenda. Per molti anni la risposta è sembrata semplice. Moro, si è detto, era un uomo abitudinario. Stessa messa, stesso orario, stesso tragitto. Una routine talmente prevedibile da consentire alle bierre di preparare l’agguato dopo lunghe settimane di osservazione.

Ma le carte raccontano davvero una storia così lineare?

Le deposizioni degli uomini della scorta (superstiti) sembrano confermare l’idea del percorso abituale: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia, fino alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Un tracciato ripetuto, quasi automatico. Rocco Gentiluomo confermò più volte che il percorso seguito dal convoglio era «sempre lo stesso» arrivando a definire una simile modalità operativa «non sbagliata, ma sbagliatissima».

Eppure altre testimonianze sembrano andare in una direzione diversa.

Eleonora Moro sostenne che il marito non aveva orari fissi, soprattutto negli ultimi mesi, segnati dalla crisi politica. Bastava una telefonata per modificare il programma della giornata. E aggiunse un punto decisivo: Moro non faceva di solito la stessa strada. Il percorso, secondo lei, veniva deciso al momento, insieme al maresciallo Leonardi.

Agnese Moro fu ancora più netta: via Fani non era un itinerario obbligato, bensì una delle strade possibili. Anzi, per scendere verso il centro di Roma, verso Montecitorio, non era affatto la soluzione più logica. Era stretta, disagevole e trafficata.

Giovanni Moro ricordò che, già dall’inizio del 1977, il padre aveva cominciato a variare orari e percorsi. Secondo lui via Fani poteva essere stata scelta proprio all’interno di una logica di variazione, non certo di abitudine.

A rendere il quadro ancora più problematico ci sono altri elementi: tra i tanti, il brogliaccio del Viminale sui movimenti della scorta mai ritrovato e la «bonifica» preventiva della zona che, secondo una testimonianza raccolta dalla Commissione Moro 2, proprio quel giorno non sarebbe stata effettuata.

Nessuno di questi elementi, da solo, dimostra una regia occulta. Ma tutti insieme rendono più fragile una certezza ripetuta per decenni: che la scorta di Moro passasse sempre e comunque dalla stessa strada.

La domanda, allora, resta aperta. Via Fani fu il risultato di una routine prevedibile? Oppure una scelta del momento?

«Infinite volte mi sono chiesta come potevano essere le Brigate Rosse così sicure che quel giorno, a quell’ora, in quel punto, l’onorevole Moro sarebbe passato da via Fani». Si è mai data davvero risposta al quesito posto in più occasioni da Eleonora Moro di fronte a giudici e parlamentari chiamati a indagare sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio del Presidente?

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Roma, settembre 1974. Aldo Moro rientra dagli Stati Uniti, dove è accompagnato il presidente Giovanni Leone in visita ufficiale. Ma al suo ritorno c'è un particolare che non passa inosservato. Un grosso bernoccolo sulla fronte. Il 10 novembre il borghese pubblica questa fotografia. Nella didascalia si parla di una« vistosa tumescenza», Il giornale aggiunge che Moro si sarebbe chiuso in casa senza farsi vedere e precisa che fino a quel momento nessuno aveva ancora pubblicato quella fotografia.

David, guarda questa fotografia.

Aldo Moro. Ma che cos'ha sulla fronte? Un bozzo.

Sembra un bozzo e anche piuttosto evidente.

Giuro che questa non l'avevo mai vista.

Non l'hai mai vista? Non mi sorprende. Viene dal Borghese del 10 novembre 1974. Guarda un attimo la pagina intera.

Il tardigrado in azione. Certo che aveva preso una bella botta in America.

Sì, Moro era appena rientrato dagli Stati Uniti, parliamo infatti del 1974. L'articolo comincia con un dettaglio abbastanza impressionante. Dice, tornato dall'America con un grosso barnoccolo sulla fronte.

Ma si sapeva cosa gli fosse successo?

Sì, il settimanale dice che davanti a quella vistosa tumefazione si parlò allora di svenimento e aggiunge che Moro si chiuse in casa senza farsi vedere. Poi il borghese conclude la didascalia con una frase interessante. Per quanto ci risulta, alcuno fino ad oggi ha pubblicato questa fotografia. E in effetti è vero, perché almeno per me, per quanto mi riguarda personalmente, io questa fotografia non l'ho mai vista.

Quindi questa era una fotografia rara già nel novembre del 1974. E

infatti oggi è praticamente sconosciuta.

Però vedi, sai cosa trovo veramente interessante? Il bozzo? No, Moro. Cioè? Il Moro che c'è intorno a quel bozzo. Perché continui a leggere e trovi i fanfani, le consultazioni, l'incarico di governo, i colloqui, gli spostamenti, gli uomini che incontra. E il Moro di tutti i giorni. Il Moro di prima.

Insomma, il Moro prima del 16 marzo.

Esatto, ed è un Moro che conosciamo molto meno di quel che crediamo.

Eh beh sì, perché inevitabilmente lo guardiamo sapendo già come finirà la storia.

E questo è il punto, perché dopo il 16 marzo 1978 noi abbiamo ricostruito ogni cosa. Chi era Moro? Dove andava? A che ora usciva? Quali fossero le sue abitudini? Eccetera, eccetera.

E soprattutto quali fossero le abitudini della sua scorta.

Esatto, ed è qui che una ricostruzione, ripetuta migliaia di volte, è diventata quasi un'immagine.

Moro esce ogni mattino da Via del Forte Triunfale.

Sale sulla Fiat 130

La scorta parte.

E percorre il solito tragitto.

Il solito tragitto, sempre quello.

Fino a Via Fan. Ma siamo sicuri?

È qui che comincia la nostra storia.

Perché un conto è ricostruire le abitudini di un uomo dopo che sappiamo dove è stato sequestrato. Un altro è chiedersi quali fossero realmente quelle abitudini prima del 16 marzo.

E non è un caso che quando abbiamo cominciato a cercare le testimonianze di chi quella scorta la conosceva è venuto fuori un quadro molto meno lineare.

Molto meno prevedibile.

è soprattutto incompatibile con una frase che oggi viene ripetuta quasi automaticamente, quasi come un mantra.

Moro

passava sempre da via Fani. Vediamo se era davvero così. Quando si affronta il caso Moro, si tende spesso a dare per scontato che il percorso seguito dalla scorta, quel 16 marzo 1978, fosse certo e prevedibile. In realtà alcune testimonianze e buona parte della documentazione disponibile autorizzano a esporre, ad avanzare, delle tesi, delle ipotesi di segno opposto. Uno dei protagonisti della operazione brigatista, Valerio Morucci, ha sostenuto in sede giudiziaria che le Brigate Rosse non avevano la certezza matematica che, quella mattina, la mattina del 16 marzo 1978, il convoglio del presidente democristiano sarebbe passato per via Fani.

Secondo il suo racconto il commando brigatista sarebbe quindi stato pronto a ripetere l'operazione anche nei giorni successivi e quindi qualora ve ne fosse stato bisogno e quindi evidentemente nel caso in cui il transito del convoglio del presidente democristiano non fosse per l'appunto avvenuto quella mattina del 16 marzo 1978.

Fu deciso, dato che l'organizzazione

di questa azione, era pronta dopo il furto della macchina del 13, dopo l'ultima riverifica, era pronta per il 16, dopo quest'ultima verifica di Spiriticchio, era pronta per il 16 mattina come uno dei giorni probabili in cui sarebbe potuto o sarebbe anche potuto non passare la nuova memoria perché non c'era certezza. perché avrebbe anche potuto fare un'altra strada.

Era stato verificato che passava lì per alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c'era stata una verifica di mesi su questi suoi passaggi in via Fani. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l'azione, credendo che, sperando, dal punto di vista operativo ovviamente, che passasse di lì quella mattina, altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo o il giorno dopo fino a che sarebbe stato possibile e non si sarebbe ritenuto invece che la presenza di tutte queste persone su quel luogo per più giorni avrebbe comportato assolutamente il rischio di un allarme.

Una ricostruzione che però sembra entrare in tensione con altre testimonianze raccolte all'epoca. Nel settembre del 1978 alcuni uomini della scorta che quel giorno non erano in servizio raccontano una versione apparentemente diversa. Moro era solito recarsi alla Messa delle Nove e per raggiungere la chiesa di Piazza dei Giochi Delfici veniva effettuato il percorso più rapido attraverso via del Forte Trionfale via fani e via stresa a prima vista sembrerebbe la conferma di una routine consolidata

osservando meglio le fonti ecco che il quadro diventa molto meno netto ed è proprio da questo scarto che noi vogliamo partire quindi non dalle certezze di ordine oggettivo di ordine matematico bensì dalle domande che comunque emergono dalla documentazione e dalle testimonianze oggi disponibili domande che i documenti continuano a porre a 50 anni di distanza

perché se quelle testimonianze riflettono davvero la realtà operativa della scorta allora una domanda diventa inevitabile ed è la stessa domanda che per anni si è posta la moglie di Moro infinite volte

mi sono chiesta Come potevano essere le Brigate Rosse così sicure che quel giorno, a quell'ora, in quel punto, l'onorevole Moro sarebbe passato da Via Fani?

Partiamo quindi dalla versione più diffusa, quella che notoriamente si ritrova all'interno della sterminata pubblicistica sul caso Moro, all'interno anche di numerose trasmissioni televisive che sono andate in onda sull'argomento, Ed è sostanzialmente la tesi secondo la quale Moro sarebbe stato un uomo di abitudini consolidate, quindi un abitudinario. Stessa messa, stesso orario, stessa strada. E quindi è chiaro che una scorta così prevedibile sarebbe stata facilissima da studiare per i terroristi.

Questa lettura non nasce dal nulla, ma si pogge su un blocco di testimonianze precise. quelle degli uomini della scorta, che il 16 marzo 1978 non erano in servizio e sono stati ascoltati alcuni mesi più tardi dal giudice istruttore

Si tratta di dichiarazioni che, lette l'una dopo l'altra, colpiscono per quanto si assomigliano. Ascoltiamole.

Normalmente l'onorevole Moro usciva di casa verso le ore nove e quotidianamente si recava alla chiesa che si trova a Piazza dei Giochi Delfici per assistenza. alla messa. Il percorso da casa alla chiesa era quasi sempre lo stesso, e cioè percorrevamo via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Mariofani, un tratto di via Stresa e via della Camilluccia, fino a Piazza dei Giochi Delfici. Al ritorno si faceva lo stesso percorso.

Salvo casi eccezionali, l'onorevole Moro andava a messa tutte le mattine alle ore nove nella chiesa Sita in piazza dei giochi delfici. Per arrivare in questo luogo noi percorrevamo sempre la stessa strada e precisamente via del Forte Trionfale, via Fani, via Stresa e via della Camilluccia.

La mattina il presidente andava sempre alla messa delle ore nove in piazza dei giochi delfici. Il percorso seguito era sempre lo stesso e cioè... Via del Forte Trionfale, Via Trionfale, Via Fani, Via Stresa e Via della Camilluccia fino alla Chiesa.

Tre uomini, tre verbali, lo stesso elenco di vie, quasi parola per parola. E davanti alla prima commissione parlamentare Gentiluomo va anche oltre. Difende l'itinerario fisso come una necessità pratica.

Il percorso era sempre lo stesso, si variava all'incrocio in base al traffico. Del resto non vi era motivo di cambiarlo se non per ragioni di traffico. Da 15 anni si faceva sempre lo stesso percorso.

E qui si arriva al passaggio più amaro di tutta questa deposizione. Quando un commissario gli chiede se non gli sembrasse pericoloso ripetere ogni mattina lo stesso itinerario alla stessa ora, gentiluomo risponde così.

Era non sbagliato ma sbagliatissimo.

Sbagliatissimo, lo dice un uomo della scorta. È una confessione di vulnerabilità che di fatto fotografa la versione ufficiale. Percorso fisso, orario fisso,

bersaglio prevedibile. Insomma, se ci fermassimo qui, il caso sarebbe naturalmente chiuso. Moro abitudinario, scorta abitudinaria, attentato annunciato. C'è però un dettaglio. in queste deposizioni, che a un magistrato esperto non tornò affatto.

Le dichiarazioni rese dagli agenti superstiti nel settembre 1978 non si somigliano soltanto nel contenuto. Si somigliano nella forma, nelle sequenze di vie, perfino nelle parole. Una coincidenza che colpì chi quei verbali li aveva raccolti. Lo stesso giudice e istruttore Ferdinando Imposimato Anni dopo lo dirà senza mezzi termini.

Non c'è dubbio che le deposizioni fotocopia degli agenti sembrano concordate. Qualcuno evidentemente gli avrà ordinato di dire quelle cose. È un'osservazione pesante perché incrina la solidità della versione ufficiale alla radice. Se quelle testimonianze sono allineate, forse orientate, Allora il percorso sempre uguale non è più un fatto neutro, diventa una narrazione e ogni narrazione va verificata con altre fonti. La prima domanda da porsi allora non è soltanto qual era il percorso, è chi aveva interesse a fissarlo dopo in un'unica versione?

C'è poi un interessante articolo di Silvana Mazzocchi, pubblicato sulla stampa il 9 settembre 1978, che pone una domanda destinata a rimanere centrale. Come potevano le Brigate Rosse sapere che Moro sarebbe passato proprio da Via Fani?

Aldo Moro non avrebbe dovuto percorrere Via Fani il 16 marzo, giorno della strage di cinque uomini e del suo rapimento. Quella strada, per arrivare dall'abitazione in via Forte Trionfale a Montecitorio, dove Moro avrebbe votato la fiducia al primo governo varato con l'appoggio del PC, fu scelta la sera precedente tra altri itinerari più consueti. La scorta dello statista, sapendolo sotto il tiro di frequenti minacce, cambiava abitualmente il cammino e quel 16 marzo preferì seguire per sicurezza quello meno frequente.

Invece ci fu l'agguato, i morti, il sequestro, il salto nel buio e i 55 giorni di angoscia, fino all'assassinio di Moro. Chi decise il percorso del 16 marzo? Chi indicò via Fani? Chi informò il commando delle Brigate Rosse che eseguì il piano? I terroristi lo prepararono nei dettagli e sgomberarono il teatro della strage. Arrivarono a squarciare la notte precedente. le gomme del furgone di un fioraio che ogni mattina usava il veicolo per vendere piante in via Fani.

Quel giovedì, danneggiata la sua base di vendita, il fioraio non fu in grado di raggiungere la strada. I brigatisti conobbero l'itinerario del 16 marzo con largo anticipo. Ma come?

Ed è proprio nel tentativo di rispondere a questa domanda che l'articolo si sposta su un altro punto cruciale dell'inchiesta. il covo brigatista di via Gradoli. Qui, per esempio, venne trovato un foglietto con annotato a matita blu un numero interno della questura, che permetteva di raggiungere direttamente il telefono di un magistrato impegnato in un'indagine collegata al caso Moro.

Un'informazione che, osservava Mazzocchi, era difficile ottenere per chi non avesse familiarità con gli ambienti della polizia e della Digos.

Al numero di indizi concreti citati va aggiunta un'altra circostanza. Il vigile del fuoco, che per primo entrò nella base di via Gradoli, venne in pochi giorni identificato dai brigatisti che riuscirono perfino a raggiungerlo telefonicamente al suo numero privato. L'ipotesi di un valido appoggio al di sopra di ogni sospetto annidato nella questura non è nuova. Già al tempo dell'omicidio del giudice Palma, compiuto dalle Brigate Rosse nel febbraio scorso, Si parlò di infiltrazione nel Ministero di Grazia e Giustizia e subito dopo di informazioni riservate uscite chissà come dal Ministero dell'Interno.

Esiste un secondo blocco di testimonianze che non proviene da apparati dello Stato ma da persone che con Moro vivevano tutti i giorni. La moglie, i figli e fondamentalmente racconta qualcosa di radicalmente diverso.

Cominciamo dalla persona che più di tutte aveva motivo di ricordare con una certa precisione, Eleonora Moro. Davanti al giudice Gallucci, il 23 settembre 1978, e quindi a distanza di pochi giorni dalle deposizioni degli agenti dalla scorta su Pestiti, la signora Moro smentisce punto per punto l'immagine del marito abitudinario.

Non posso affermare che mio marito sia stato un abitudinario. per quanto attiene all'orario di uscita del mattino, non è esatto quanto affermato dai superstiti della scorta. Particolarmente negli ultimi tempi, a causa della crisi di governo, egli non aveva mai un orario fisso di uscita, poiché bastava una telefonata per fargli cambiare il programma della giornata. Era solito andare a messa tutti i giorni, anche nel pomeriggio, a seconda dei suoi impegni. Faccio altresì presente che mio marito non faceva di solito la stessa strada, e ciò per motivi di sicurezza.

Ritengo di dover affermare che il percorso veniva deciso al momento da mio marito e dal maresciallo Leonardi. La sua auto percorreva alle volte via Cortina d'Ampezzo, alle volte via Fani, alle volte via Trionfale.

Non faceva di solito la stessa strada. Insomma, l'esatto contrario di quanto avevano dichiarato gli agenti della scorta superstiti appena dieci giorni prima, E non si tratta di una voce qualsiasi. È la moglie di Moro, che aggiunge un dettaglio decisivo. Il marito cambiava anche le chiese a seconda dell'ora e degli impegni. La stessa linea torna,

parola dopo parola, nelle deposizioni dei familiari al processo. La più netta è quella di Agnese Moro, al processo Moro il 20 luglio 1982. Vale la pena ascoltarla per esteso perché è quasi una requisitoria contro l'idea del percorso obbligato

Vorrei sottolineare che mio padre non faceva sempre gli stessi percorsi, che Via Fani non era che una delle strade che potevano essere percorse la mattina, come nel corso della giornata, anche perché è una strada stretta, disagevole, spesso trafficata. I percorsi si cambiavano spesso perché c'erano delle preoccupazioni da parte di mio padre, inerenti al suo ruolo politico. Mio padre non aveva assolutamente un itinerario obbligato per andare da qualsiasi parte.

Via Fani non è affatto un luogo da cui si debba comunque passare. Per andare in Parlamento, a occhio, Via Fani è l'ultima strada da fare, perché ve ne sono di molto migliori. I percorsi, al di là dell'obiettivo, venivano definiti la mattina stessa, perché anche per andare nello stesso posto si potevano usare diverse strade. Il percorso vero e proprio veniva stabilito la mattina.

Agnese Moro aggiunge un'immagine che la colpì personalmente. Una volta, in auto con il padre, ci fu un tamponamento e il maresciallo Leonardo scese di colpo con la pistola in pugno, prima ancora che l'auto si fermasse. Teniamo a mente questo particolare, di sicuro un elemento di grande importanza che depone a favore del livello di attenzione che caratterizzava quantomeno Leonardo durante il servizio scorta.

E poi c'è la deposizione di Giovanni Moro, che è la più sorprendente perché ribalta completamente il senso del passaggio su Via Fani.

Ricordo che dall'inizio del 1977 mio padre cominciò a variare i suoi percorsi, i suoi orari, anche il suo modo di tornare a casa. Credo che vi fossero circa cinque percorsi differenti per uscire dalla zona in cui abitiamo e che percorreva abitualmente variandoli. Credo che sia questo uno dei motivi per cui era passato quel giorno da via Fani, perché certamente via Fani non era una strada sicura, agevole, sia per il traffico sia per il fatto che era stretta, a imbuto e scendeva. Quindi è chiaro che anche quella strada che in teoria si sarebbe potuta evitare per motivi di sicurezza, era seguita proprio perché era uno dei percorsi variati e prevaleva la scelta di variare i percorsi.

Fermiamoci un secondo su questo. Secondo Giovanni Moro via Fani non era la strada abituale, era semplicemente una delle tante opzioni possibili, scelta quel giorno proprio nella logica della imprevedibilità, del fatto di non essere facilmente prevedibili. e quindi secondo una logica che è esattamente opposta rispetto all'attesi dell'abitudine.

E non solo i familiari. Anche figure esterne ricordano una scorta che arrivava da direzioni diverse. Don Gianni Todescato, allora parroco di Santa Chiara, racconterà che le auto arrivavano alcune volte da via della Camilluccia, altre volte da via Cortina d'Ampezzo. E i commercianti di via Fani? Ricordavano sì il passaggio di Moro, ma nessuno se la sentiva di giurare che fosse sempre lo stesso e alla stessa ora. Tra questi anche il famoso fiorai ambulante Antonio Spiriticchio, che come è noto sostava con il suo Ford Transit proprio nel luogo in cui si consumerà la strage. A Spiriticchio, come è noto, le BR bucarono le gomme del furgone con l'obiettivo di rendere impossibile la sua presenza in via Fani il 16 marzo.

Intervistato da Gino Gullace Raugei per il settimanale Oggi, dichiarerà di non aver mai ricevuto domande dagli inquirenti sul tema del passaggio della scorta di Moro in via Fani. Il parroco todescato, contattato per la medesima intervista, dichiarerà di non essere mai stato interrogato durante la fase delle indagini.

Abbiamo quindi due racconti incompatibili. Da un lato ci sono gli agenti, che dicono sempre la stessa strada. Dall'altro lato c'è la famiglia, che parla di percorsi variati per ragioni di sicurezza. Evidente che non possono avere ragione entrambi. E allora prima di scegliere conviene compiere uno studio particolare, quello degli itinerari. seguiti dalla scorta di Moro, in relazione alle varie possibili destinazioni.

Per capire il problema serve una mappa. Moro abitava in via del Forte Trionfale, sul quartiere collinare a nord- ovest di Roma. Da casa, tenendo conto della testimonianza della moglie Eleonora, le chiese più frequentate erano le seguenti. Di certo San Francesco, in piazza Montegaudio sulla via Trionfale. a poche centinaia di metri, e Santa Chiara, in piazza dei giochi delfici, più lontana, oltre via Fani, ma anche la chiesa del Gesù e altre ancora. Insomma, come dice Eleonora Moro, soleva cambiare spesso le chiese. Per raggiungere per esempio Santa Chiara, l'itinerario via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia, aveva un senso pratico.

Era uno dei modi più rapidi, Ed è il percorso che gli agenti descrivono come abituale. Ma il punto cruciale è un altro. Via Fani aveva senso solo se la meta era quella chiesa. Per scendere verso il centro di Roma, verso Montecitorio, verso il Lungotevere, la strada logica era un'altra. Proseguire per via Trionfale, piazza Egea, via della Camilluccia e poi giù verso lo stadio olimpico. Via Fani, stretta e a imbuto per raggiungere il centro, era una deviazione.

Tenete a mente questa distinzione. Chiesa vicina, chiesa lontana, centro città. Perché è la chiave di tutto ciò che accade la mattina del 16 marzo 1978. E allora veniamo alla mattina dei fatti, per l'appunto. E qui dobbiamo affidarci a una ricostruzione molto dettagliata, che è quella offerta dall'ex senatore Sergio Flamigni, storico studioso del caso Moro, davanti alla commissione Moro II.

Secondo questa ricostruzione, il 16 marzo Moro non va a Santa Chiara, esce di casa intorno alle 8.30 e si ferma a pregare nella sua parrocchia, la chiesa di San Francesco, in piazza Montegaudio, a poche centinaia di metri da casa.

E aveva impegni precisi in centro. Alle nove e mezza un appuntamento a Montecitorio con il suo assistente universitario Franco Tritto, più un gruppo di studenti. Alle dieci la camera era convocata per la presentazione del quarto governo Andreotti, il governo della non sfiducia, nato con l'appoggio decisivo del PCI.

Quindi la meta quella mattina non era una chiesa lontana, Era il centro di Roma e secondo Flamigni qui c'è l'anomalia.

Il tragitto più breve e veloce per raggiungere il centro città era proseguire per via Trionfale fino a Largo Cervinia, svoltare a sinistra per via Igea, immettersi in via della Camilluccia svoltando a destra e poi di nuovo a sinistra per via Edmondo de Amicis, che scende rapida sul lungotevere dello stadio olimpico e poi proseguire per il centro. Dunque non c'è ragione che la mattina del 16 marzo l'auto di Moro passi da via Fani. Le macchine percorrono poco più di 100 metri e, invece di proseguire per via Trionfale, svoltano inopinatamente verso via Mario Fani. Una deviazione assurda e inspiegabile.

Quel percorso era valido quando Moro si recava a Santa Chiara, ma è del tutto irrazionale per recarsi nel centro di Roma.

Una deviazione assurda e inspiegabile. Se Moro doveva andare in centro, questo è il ragionamento di Flamigni, allora Via Fani non era sulla sua strada. Eppure il convoglio gira proprio lì.

Flamigni avanza un'ipotesi, e cioè che qualcuno abbia indicato quel percorso via radio durante la sosta in chiesa. Ma ovviamente per verificare un'ipotesi del genere servirebbe un documento. Documento che, guarda caso, manca.

Ogni movimento delle auto di scorta veniva comunicato via radio e annotato. Lo conferma davanti alla commissione il dottor Zecca, responsabile dei servizi di scorta e della sala operativa del Viminale. Tutti i movimenti venivano sempre controllati dalla nostra sala operativa, che segnava su un brogliaccio tutti gli spostamenti. Quel brogliaccio è un documento potenzialmente decisivo. Registrava orari, contatti radio percorsi.

Avrebbe potuto dire nero su bianco se e quando arrivò alle auto un'indicazione di passare da via Fani. La commissione riuscì ad acquisire il brogliaccio della sala operativa della questura di Roma per il 16 marzo, ma quello della sala operativa del Viminale, il più importante per la scorta di Moro, non venne mai consegnato. Negli anni successivi alla richiesta formale il La risposta ufficiale fu che la documentazione in esame non è stata rinvenuta. Un documento che esisteva per certo, citato da chi lo teneva, e che semplicemente non c'è più.

È una delle assenze più rumorose dell'intera vicenda.

La domanda sul tragitto, seguito dalla scorta, se la fece anche un giornalista che di cose riservate se ne intendeva parecchio. Carmine Mino Pecorelli. una delle figure più controverse dell'Italia degli anni 70. Avvocato, direttore prima dell'agenzia di stampo P, osservatore politico, e poi dal 1978 dell'omonimo settimanale, Pecorelli pubblica notizie, documenti, indiscrezioni che spesso anticipano sviluppi giudiziari e politici

Le sue fonti restano in gran parte misteriose. ma è opinione condivisa dagli storici che attingesse da ambienti dei servizi segreti, della magistratura e della politica. Osservatore politico era una lettura obbligatoria nei palazzi romani, temuta, sfogliata, ufficialmente smentita ma letta con grande avidità nel privato. E sul caso Moro, il settimanale di Pecorelli, proprio nei giorni del sequestro e in quelli successivi, ha pubblicato una serie di articoli dal tono allusivo, con alcuni dettagli che troveranno riscontro soltanto alcuni anni più tardi.

La sera del 20 marzo 1979, Mino Pecorelli viene assassinato a Roma nel quartiere Prati. Il suo omicidio, una vera e propria esecuzione ancora oggi formalmente senza colpevoli, nonostante il lungo iter giudiziario, è considerato uno dei grandi misteri italiani. e per molti osservatori è legato proprio a ciò che Pecorelli sapeva o comunque si preparava a pubblicare.

Il numero di OP, datato 20 marzo 1979, ossia il giorno stesso dell'omicidio del suo direttore, contiene un articolo intitolato Aldo Moro un anno dopo. Poco dopo il sottotitolo Perché vi afani? Pecorelli scrive

C'è un superstite, nel gruppo della scorta abituale di Aldomoro, che quella mattina del 16 marzo, ammalato, non andò a lavorare. Qualcosa di molto interessante ai fini delle indagini, ha detto. Prima cosa, che non sempre le vetture scendevano per via Mario Fani. Il particolare dell'agguato dell'auto con targa CD, corpo diplomatico, che improvvisamente fa marcia indietro e finisce sulla calandra della 130, bloccandola con l'Alfa che seguiva, indica con esattezza che i terroristi sapevano che quella mattina Moro e la sua scorta sarebbero scesi per via Fani. Quella mattina, hanno raccontato Selva e Marcucci, Moro si sarebbe fermato alla Camilluccia per incontrarsi con Zaccagnini che avrebbe dovuto rimettere nelle mani del presidente

della DC il suo mandato di segretario del partito. Non ci sono state conferme o smentite e quando qualche giornalista ha cercato di approfondire il particolare ha avuto per risposta la richiesta cortese di lasciar stare. La mattina del 16 marzo, insomma, nello staff di Moro era stata ben programmata e in anticipo, compresa la solita visita nella chiesa di piazza dei giochi delfici, prima di raggiungere Montecitorio dove Andreotti avrebbe presentato il suo quarto governo. Un magistrato di quelli che inizialmente si occuparono dell'indagine prima della vocazione di Achille Gallucci come capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Roma spiegò che era un accertamento assai delicato perché tirava in ballo la situazione interna dell'entourage

del presidente democristiano.

Il riferimento a Gustavo Selva di Eugenio Marcucci riguarda uno dei primi libri pubblicati dopo la tragica fine del presidente democristiano. il cui titolo è significativamente Il martirio di Aldo Moro. Fermiamoci ora un attimo sul valore di questa fonte. L'osservatore politico non è naturalmente un verbale giudiziario, è un settimanale di inchiesta per di più caratterizzato da uno stile particolarmente criptico.

Però tre cose vanno subito dette. Prima di tutto l'articolo cita una fonte, in quanto tale precisa e verificabile. Si tratta cioè di un superstito della scorta, ammalato quella mattina. Secondo, il suo contenuto converge in modo notevole con le testimonianze emerse in precedenza, soprattutto all'interno della famiglia Moro. Terzo punto, che pubblicò l'articolo venne ucciso il giorno stesso dell'uscita in edicola.

Ovviamente non vogliamo suggerire dei nessi causali che non possono essere dimostrati. L'omicidio Pecorelli venne infatti organizzato prima, ed è un capitolo per il quale sono state ipotizzate piste che vanno ben oltre il caso Moro. Ma il fatto che Pecorelli sia stato ucciso per ciò che pubblicava, e probabilmente per quanto sapeva, resta un dato di fatto che è necessario ribadire, perché depone a favore dell'attendibilità generale del giornalista molisano.

Riprendiamo un tema lasciato in

sospeso. quello dei tamponamenti, perché ce n'è uno in particolare che si verifica il giorno prima della strage di Via Fanni.

Il 15 marzo 1978, verso mezzogiorno, in una Roma piovosa, l'auto di Moro frena bruscamente a causa di una manovra azzardata di un altro veicolo. L'alfetta della scorta sul fondo bagnato non riesce a fermarsi e quindi la tampona. Si tratta di danni non gravissimi, certamente, alla fine si rompono soltanto...

i fanali anteriori sinistri dell'alfetta. Risultato?

Quell'auto va sostituita. E dagli atti risulta che l'alfetta sostitutiva esce dall'autoparco della polizia alle 15.41 del 15 marzo e quella che il giorno dopo, appunto in via Fani, sarà crivellata di colpi.

Mettiamo in fila alcuni aspetti interessanti che pur non avendo alcun valore probatorio rendono qualche elemento utile. Il 16 marzo viene utilizzata per il servizio di scorta un'auto differente rispetto al giorno prima. Sempre il 16 marzo un componente della scorta Zizi è al suo primo giorno di servizio appunto nella scorta di Moro perché il titolare gentiluomo lui va nel congedo ordinario con decorrenza proprio a partire da quella data.

In terzo luogo il 15 marzo abbiamo un tamponamento con modalità stranamente simili a quelle che si verificheranno nelle primissime fasi dell'agguato di Via Fani.

Quel tamponamento non passò inosservato in casa Moro. La signora Eleonora lo riferirà alla commissione.

Anche la sera prima la macchina di scorta aveva tamponato quella dell'onorevole Moro. Questo è un fatto che tutti sanno.

Un fatto che tutti sanno. Eppure c'è una persona che sotto giuramento non lo ricorda. Si tratta di Otello Riccioni, l'autista che il 15 marzo 1978 era proprio alla guida della 130 tamponata. Al processo, nel 1982, gli viene chiesto esplicitamente.

Si è mai verificato che la macchina della scorta abbia tamponato la macchina dell'onorevole Moro?

Solo una volta, vicino Piazza

Ragusa. Il giorno precedente ci fu un episodio analogo oppure no? No. Non siete stati tamponati da nessuno?

No. il giorno prima della strage un incidente che coinvolge la sua stessa auto che porta alla sostituzione del mezzo di scorta e che la moglie di Moro definisce un fatto che tutti sanno e l'autista sotto giuramento lo nega c'è un'altra testimonianza più recente che aggiunge un tassello inquietante Proviene da un poliziotto, Adelmo Saba, ascoltato dalla Commissione Moro 2 nel 2016.

Saba, all'epoca dell'agguato di Via Fani, prestava servizio al commissariato Montemario e il suo compito quotidiano in zona era una cosa molto precisa, effettuare la cosiddetta bonifica, ovvero il controllo preventivo della strada, delle auto, delle persone sospette prima del passaggio dalle personalità da proteggere.

Alla commissione conferma sostanzialmente due cose. Primo, che la scorta di Moro passava abitualmente da Via Fani. Secondo, che quel controllo di bonifica, proprio il 16 marzo, non fu effettuato.

Abitualmente passavamo da Via Fani. Facevamo una bonifica. Quel giorno mi misero di riposo a mia insaputa e non ho potuto effettuare quel tipo di controllo. Fui messo di riposo senza che io lo avessi chiesto. Era il giorno del mio compleanno, il 16 marzo.

Saba dichiara di averlo saputo il giorno prima, il 15, messo a riposo per il 16, senza averlo chiesto. Però aggiunge anche un altro particolare.

Anche le autovetture predisposte per l'uscita dell'Onorevole Piccoli e del Dottor Torregrossa non c'erano quel giorno. Praticamente non c'era una volante nella circoscrizione. Quel giorno lì non c'erano per il controllo del territorio.

Quindi la bonifica che si faceva tutti i giorni salta. Le volanti che controllavano il territorio assenti? Tutto questo proprio in quel giorno? Lo stesso Saba, a distanza di decenni, non lo definisce un caso, bensì qualcosa di misterioso.

E c'è anche una frase che Saba riferisce. Sarebbe stata detta da uno degli agenti della scorta di Moro che quel giorno era stato sostituito. Una frase che gela.

Mi disse, a Delmo mi hanno voluto salvare.

L'agente sostituito, forse lo stesso gentiluomo, il capo scorta in congedo, avrebbe quindi detto a Saba di sentirsi un sopravvissuto. C'è da dire però che Saba, quando viene audito dalla commissione, non è sicuro che quella confidenza gliel'abbia fatta proprio gentiluomo. A distanza di 40 anni... non ricorda se si chiamasse così a memoria però che si trattava di una persona preparata e che quel 16 marzo 1978 aveva confessato di essersi trovato in licenza senza averlo richiesto di una cosa Saba è certo di aver parlato con il collega che venne sostituito.

Insomma, si tratta di testimonianze tarde, forse tardive, raccolte decenni dopo e che vanno maneggiate con prudenza, ma messe l'una accanto all'altra, per esempio anche assieme al brogliaccio sparito, disegnano un 16 marzo 1978 in cui molte cose, che sarebbero dovute rientrare nell'ordinaria amministrazione, semplicemente non funzionano.

A questo punto dobbiamo allargare lo sguardo perché la questione del percorso si è intrecciata negli anni con la grande divisione che attraversa tutta la stereografia sul caso Moro.

Da una parte c'è chi sostiene che in via Fani ci fu qualcosa di più e diverso rispetto alle sole brigate rosse. Dall'altra c'è invece chi ritiene che in sostanza sul caso si sappia ormai tutto, tutto quello che c'è da sapere. In via Fani c'erano i brigatisti e basta.

È una distinzione importante e va detto con onestà. Noi non siamo qui per arruolarci in uno dei due schieramenti, bensì per provare ad approfondire uno degli aspetti meno scandaiati di tutta la vicenda Moro. Quello del percorso seguito dalla scorta. È una questione sulla quale, tanto per cambiare, le due scuole di pensiero dicono cose opposte.

Da un lato c'è la volgata... tra virgolette brigatista, quella codificata fin dagli anni Ottanta. Moro era prevedibile, le Brigate Rosse avevano studiato i suoi comportamenti nei minimi dettagli e Via Fani rappresentava il punto statisticamente più probabile. E se quel giorno il convoglio non fosse passato di lì, le BR avrebbero riprovato nei giorni successivi.

Dall'altro lato però c'è chi quella versione la contesta da dentro. È il caso di qualche voce eretica proveniente dagli ambienti della colonna romana delle BR che partecipò alla preparazione del sequestro e che oggi è tra le testimonianze più critiche verso i suoi stessi ex compagni.

Il personaggio in questione entra nelle Brigate Rosse poco dopo la metà degli anni Settanta. Nel 1977 Gli viene affidata l'inchiesta sulla chiesa di Santa Chiara, in vista di un sequestro moro da realizzare immobilizzando la scorta. Dopo mesi di lavoro, una pianta dettagliatissima della chiesa, l'operazione viene improvvisamente spostata altrove, in via Fani. Dopo la strage, l'uomo custodisce per circa dieci giorni le armi usate nell'agguato, è il cosiddetto armiere.

La sua è dunque una testimonianza interna, ma anche fortemente di parte, vicina alle tesi di Flamigni e di Carlo D'Adamo, in aperto conflitto con Morucci, che considera l'artefice di un patto con settori dello Stato.

Fatte queste premesse sul punto che ci interessa, ovvero il percorso, l'ex brigatista è categorico e pone le stesse domande di Eleonora Moro, da un'altra angolatura.

Nella prima commissione stragi, il responsabile delle scorte dice che il percorso di Moro era uno soltanto, che doveva passare solo in via Fani. In realtà non era vero, è assolutamente falso che i percorsi fossero fissi. E poi mi chiedo, come hanno fatto le Brigate Rosse a sapere che Moro sarebbe passato esattamente di lì, in via Fani? Il percorso di Moro, quella mattina, non era affatto logico per andare in Parlamento. E

sul broiaccio dice...

Il senatore Flaminia ha chiesto al Viminale i brogliacci del percorso della scorta di Moro. Il Viminale si è sempre rifiutato di consegnarli. Pare siano spariti. Allora niente di più facile che quella mattina, con la macchina che stava andando da un'altra parte, sia arrivata un'indicazione di passare per Via Fani.

Ecco le due ipotesi che si fronteggiano. Versione A. Le BR avevano studiato a lungo le abitudini e scommesso sul punto più probabile, ed erano pronte a riprovare. Versione B. Il percorso non era affatto fisso e quella mattina era tutt'altro che logico. Qualcosa o qualcuno ha quindi fatto in modo che il convoglio finisse comunque in via Fani.

E poi ci sono gli elementi materiali su cui i complottisti insistono. In via Fani, nella foto, compaiono un Austin Morris parcheggiata proprio dove di solito sostava il furgone del fioraio al quale la notte prima le BR avevano squarciato le gomme. e una mini- minor sul lato opposto. Secondo queste ricostruzioni sarebbero riconducibili ad ambienti legati ai servizi. E nei pressi in via stresa al momento della strage si trovava il colonnello Camillo Guglielmi.

Insomma l'ex brigatista la chiude con una frase che vale come un metodo. Un caso può anche starci, dice. Due forse. Quando i casi invece cominciano a essere troppi, sorge qualche legittimo sospetto e noi questa differenza vogliamo tenerla ferma, perché il rischio in questa materia è doppio. Da un lato appiattire tutto sulla versione ufficiale, ignorando le incongruenze, che pure ci sono. Dall'altro saldare ogni anomalia in un disegno unico, come se ogni vuoto documentale fosse per forza una prova.

Tiriamo le fila, senza trionfalismi, perché le fonti non ci consentono una risposta definitiva, ma qualcosa in modo solido possiamo dire.

Primo, l'immagine di una scorta che percorreva sempre e comunque lo stesso tragitto poggia quasi per intero sulle deposizioni degli agenti superstiti, nel settembre 1978. Deposizioni che ho magistrato come imposimato apparvero, tra virgolette, in fotocopia, forse concordate. A dire il vero, anche alcuni testimoni, come per esempio l'edicolante Pistolesi, sostennero che il convoglio del presidente democristiano passasse sempre per via Fani.

Secondo, contro questa immagine si schiera in modo compatto l'intera famiglia Moro, i figli e la moglie. Per loro i percorsi venivano variati, decisi la mattina stessa, e via Fani era una possibilità tra molte, non una strada obbligata.

Terzo, la geografia dà ragione almeno in parte alla famiglia. Via Fania aveva senso per andare a una certa chiesa, ma era una deviazione per scendere in centro. Secondo i familiari, inoltre, la chiesa frequentata da Moro non era sempre la stessa.

Quarto, attorno a quel mattino si addensa una serie di anomalie reali e documentate. Il broiaccio del Viminale mai ritrovato, il capo della scorta in congedo, La cosiddetta bonifica di via Fani che quel giorno non viene fatta

E poi un'altra domanda. Esiste al mondo, soprattutto nel caso di politici importanti, una scorta che faccia sempre lo stesso percorso? E una simile modalità operativa deporrebbe a favore o a sfavore della professionalità di uomini di provato straordinario valore come il maresciallo Leonardo?

Resta in piedi, intatta, una delle più importanti domande di Eleonora Moro come potevano le brigate rosse essere così sicure che quel giorno a quell'ora in quel punto Aldo Moro sarebbe passato da Via Fani

insomma questo è il modo più onesto con il quale chiudere senza fornire una soluzione vera e propria ma con uno spostamento di prospettiva che è poi quello di smettere di trattare il tema del percorso sempre uguale a se stesso come un dato di fatto e ricominciare a trattarlo invece per quello che è Una tesi contestata in primis da chi Moro lo conosceva meglio di chiunque altro.

Quasi 50 anni dopo alcuni documenti chiave non ci sono più altri ci sono ma non tornano e le persone che sapevano spesso hanno scelto il silenzio o versioni difficili da conciliare.

Insomma noi non abbiamo voluto darvi una verità definitiva anche perché non ce l'abbiamo. Abbiamo voluto però rimettere in discussione una frase fatta quella per cui ci si poteva aspettare more in via Fani perché ci passava sempre. Le fonti dicono che le cose erano un po' più complicate. Se questa puntata vi ha fatto venire voglia di leggere i verbali, e li trovate in originale, sono pubblici, allora significa che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. Fonti, link e bibliografia li trovate in descrizione.

Alla prossima su Spazio 70!

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