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Giorno per giorno

Midterm e fattore Trump. Sauditi nei guai. L’Ue che Meloni vorrebbe

Dienstag, 13. Oktober 2026 · 21 min

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Shownotes

Viviana Mazza parla del tour elettorale del presidente degli Stati Uniti per il voto del 3 novembre, a sostegno dei candidati repubblicani che però temono di venire danneggiati dalla sua presenza. Anna Momigliano analizza le difficoltà (tipo gli attacchi degli Houthi) create all’Arabia dagli effetti collaterali della guerra Usa-Iran. Cesare Zapperi racconta quello che ha detto la presidente del Consiglio alla platea di Assolombarda

• Accordo sul diesel, Simonov: «Trump vende aria ma sui mercati non cambierà nulla. Usa termini atipici per ingannare gli americani» (corriere.it/esteri/26_ottobre_11/konstantin-si…)

• Gli Houthi colpiscono gli aeroporti per bloccare l'Arabia Saudita. Ora Bin Salman spera in un raid Usa sui ribelli (corriere.it/esteri/26_ottobre_12/houti-aeropor…)

• Meloni ad Assolombarda: «Sull’energia servono risposte strutturali e di lungo periodo. L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì» (corriere.it/economia/aziende/26_ottobre_12/gas…)

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Il difficile tour di Donald Trump negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato, che secondo i sondaggi quasi certamente costeranno ai repubblicani almeno il controllo della Camera. Gli attacchi degli UTI sull'Arabia Saudita, il paese sempre più in difficoltà per le conseguenze della tensione costante in Medio Oriente.

E che cosa ha detto Giorgia Meloni davanti agli imprenditori di Assolombarda, soprattutto in vista del Consiglio Europeo di giovedì a Bruxelles. È martedì 13 ottobre e di queste storie parliamo nella puntata di oggi di Giorno per Giorno, il podcast sui fatti più importanti per orientarsi nel mondo, con le voci dei giornalisti del Corriere della Sera. E io sono Francesco Giambertone. Quelle che Donald Trump ha definito elezioni tra le più importanti delle nostre vite, cioè quelle di metà mandato negli Stati Uniti, sono ormai alle porte. L'election day con cui saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera e un terzo dei seggi del Senato, cioè 35 seggi in totale, sarà il 3 novembre, ma in alcuni

stati in realtà è già attivo il voto anticipato sia di persona sia per posta. La campagna elettorale però entra adesso nelle ultime settimane le più calde e per Donald Trump dall'inizio di ottobre è in corso un grande tour tra gli stati americani. 32 tappe in 17 diversi stati con l'obiettivo di appoggiare i candidati alle elezioni di midterm.

Trump finora è stato in Oklahoma, Texas, Alabama, Ohio, Nebraska, New York, Tennessee e adesso, appunto ieri, è tornato in Ohio, poi andrà in Alaska, in Arizona, Montana e anche in altri posti. Ogni giorno un viaggio. Ma la presenza di Trump non è vista da tutti i candidati repubblicani come di grande aiuto. Anzi, per molti sembra diventata soprattutto un problema.

in un'elezione che per il partito del presidente è molto in salita. Viviana Mazza, corrispondente del Corriere da New York, mi ha spiegato la situazione.

A che cosa servono questi viaggi? Servono ad andare in stati a volte che sono stati repubblicani, solidamente repubblicani e questo è stato letto da alcuni come un segnale comunque che Se il partito pensa di dover mandare il presidente a fare campagne in stati saldamente repubblicani vuol dire che non è molto convinto della tenuta in queste elezioni di mid term, mentre la Casa Bianca replica no, ma noi vogliamo così mobilitare il nostro elettorato e poi anche in stati in bilico, stati in bilico come appunto l'Ohio. Come la stessa Alaska, quindi anche qui comunque si vede come alcuni stati che normalmente non dovrebbero essere in bilico lo sono.

Lo sono a fronte di una impopolarità notevole del presidente che ha il 32-34% come tasso di popolarità nei sondaggi. a fronte di una situazione in cui l'inflazione è la preoccupazione numero uno della popolazione, il costo della vita, ma anche il costo dell'assicurazione sanitaria, per esempio, sono tra le prime priorità, e a fronte del fatto che le sue decisioni, come la guerra in Iran e gli stessi dazi, hanno causato un aumento dei costi per la gente e anche altri problemi.

E la persona responsabile di questi problemi, agli occhi di tanti americani, compresi gli stessi candidati repubblicani, è proprio Donald Trump.

Quello che sta succedendo è che diversi deputati repubblicani, in corse in bilico, in corse che sono appunto vulnerabili, diverse corse per la Camera e per il Senato, stanno cercando di fare uno strano balletto. Stanno da una parte, non stanno rompendo completamente con il Presidente e con il suo programma, ma stanno prendendo le distanze quindi cercano di dichiararsi indipendenti, però pur non rompendo davvero completamente, prendono le distanze su alcune questioni specifiche, a volte cancellano il suo nome o la sua foto dai loro siti e il suo endorsement dai loro siti e dal loro materiale elettorale, però magari poi se il presidente viene nello Stato in alcuni casi possono anche andare al comizio e quindi c'è questo balletto ecco,

e che è stato documentato effettivamente da Reuters perché l'agenzia Reuters è andata a vedere proprio le dichiarazioni pubbliche di queste persone e ha visto che 41 su 62 repubblicani in corsa vulnerabili hanno fatto questo distanziamento.

Insomma, Trump sembra avere perso il tocco magico, ammesso che l'abbia mai avuto, su una parte dell'elettorato. Ma il fatto che i candidati non lo sbandierino più come una carta vincente, ma cerchino un po' di nasconderlo, senza ovviamente farselo nemico, li aiuterà oppure no?

Per esempio tra le voci anche di alcuni repubblicani che sono scontenti o di alcuni indipendenti soprattutto che sono scontenti dopo aver votato magari per Trump, c'è chi dice beh si distanzia o si dice indipendenza sulle cose che non contano ma sulle cose che contano poi ha votato al 100% per Trump. Sostanzialmente sembra che questi repubblicani vulnerabili stiano cercando da una parte di riconquistare questi indipendenti, questo appoggio dell'elettorato indipendente che è stato perso in maniera veramente sostanziale dal partito repubblicano e da Trump. e dall'altra parte però non vogliono perdere gli elettori duri e puri trampiani che comunque restano e che li vediamo ai suoi comizi ed è un'operazione però piuttosto diciamo speculata e difficile.

Per i sondaggi e i bookmakers, e anche per il Cook Political Report, un'autorevole pubblicazione indipendente di previsione del voto, i democratici dovrebbero conquistare tra i 9 e i 19 seggi alla Camera di quelli che ora sono dei repubblicani, quando ne basterebbero 4 per prendere il controllo dell'intero ramo del congresso. Quindi è molto probabile che ci riescano. Al Senato invece è più difficile, ma nelle ultime settimane sembra che i Dem possano farcela anche lì.

C'è la sensazione che possano farcela, ma c'è anche, e lo vedo, una sorta di sempre comunque cautela in parte da parte anche degli stessi media americani che però ogni tanto fanno qualche articolo per dire che è noto come l'elettorato trampiano sia difficile da misurare. La sensazione è quella di un clima in cui effettivamente c'è una insoddisfazione, una insoddisfazione legata soprattutto alla situazione economica e questa insoddisfazione anche parlando con elettori trampiani la si percepisce chiaramente. E c'è anche nei suoi confronti, per tanti suoi atteggiamenti, insomma te lo dicono anche i repubblicani che hanno votato per lui, di bullismo a volte anche contro persone alleati, persone del

suo stesso partito, c'è come un senso di stanchezza, di voglia di passare ad altro, ti parlano di J. D. Vance per esempio o di Rubio quando si dicono comunque infastiditi o delusi da certi atteggiamenti dell'attuale presidente, che ci sono sempre stati ma che in passato li hanno portati a votare per lui convinti che potesse migliorare la situazione economica.

Per alcuni statunitensi la situazione economica non è così negativa perché nonostante l'inflazione è vero che i mercati vanno bene ma c'è poi tutta una parte della popolazione che invece ne sta subendo gli effetti.

E anche l'immigrazione che è stato un suo cavallo di battaglia importantissimo che ha portato alla sua vittoria poi in passato in questo momento pur essendo la questione su cui Trump è ancora delicato in maniera più positiva per il controllo del confine comunque c'è anche un altro lato importante all'interno del suo stesso elettorato, particolarmente degli ispanici, che dice che sul controllo dell'immigrazione si è andati troppo oltre.

Si è andati oltre soprattutto con le violenze dell'AIS, l'agenzia che nei mesi scorsi rastrellò gli immigrati irregolari e uccise più di un attivista, generando grande indignazione fuori e dentro il paese.

Se tu metti insieme questi cattori ti danno la sensazione che questa elezione è diciamo un'elezione di mid term che comunque rivelerà per la prima volta in maniera diciamo in questi ultimi due anni questo test diciamo negativo no? Andrà male per Trump però allo stesso tempo Trump resterà il presidente per altri due anni non è che una vittoria democratica al congresso cambierà questo c'è anche questa consapevolezza c'è la consapevolezza che spesso le elezioni di mid term comunque penalizzano il partito che controlla la Casa Bianca

Nelle ultime settimane, e in particolare negli ultimi giorni, l'Arabia Saudita sta diventando uno degli epicentri della guerra in Medio Oriente. L'aeroporto della capitale Riyadh è stato colpito ripetutamente dagli Houthi, il movimento yemenita alleato dell'Iran, che ha causato gravi danni. Il Regno Saudita era già stato raggiunto dai missili iraniani dopo l'inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani contro Teheran nei mesi scorsi, ma finora era rimasto meno esposto rispetto a Israele e anche agli Emirati Arabi. Ora il suo coinvolgimento si fa sempre più diretto e Anna Momigliano, della redazione esteri, mi ha spiegato in che modo e perché l'Arabia Saudita è diventata un bersaglio centrale, in particolare proprio degli Houthi.

Negli ultimi giorni per esempio l'aeroporto di Riyadh è stato colpito due volte e la prima volta anche diciamo con grandi danni perché ci sono stati 13 morti, quasi tutti erano musulmani che andavano a fare la umra, il pellegrinaggio santo e erano tutti vestiti di bianco, sono immagini piuttosto sconvolgenti.

Il secondo bombardamento è stato più leggero, è un morto, però comunque sta avendo conseguenze, per esempio il fatto che i big del petrolio, Exxon, BP, Shell non parteciperanno a questo summit che ci sarebbe dovuto essere a Riyadh chiaramente il petrolio è il business principale Come siamo arrivati a questo punto? Che uno dei fronti, dei vari fronti di questa guerra che ormai contagia quasi tutto il Medio Oriente si è acuito, è il fronte dello Yemen.

In Yemen, dal 2014, è in corso una guerra civile che ha causato, secondo le stime dell'ONU, quasi 400.000 morti. Di questi, più di 150.000 per i bombardamenti e gli scontri tra le due fazioni e gli altri soprattutto per fame e assenza di cure mediche. A lungo c'è stata una fragile tregua, ma ora la guerra è ricominciata, proprio per il ruolo che le due parti hanno in una situazione più ampia di loro, cioè il conflitto iniziato da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, che pian piano ha coinvolto tutto il Medio Oriente, compresi appunto lo Yemen e l'Arabia Saudita.

C'è una parte dello Yemen che è controllato dagli Houthi, questo gruppo, questa milizia filo- iraniana che durante l'inizio della guerra mandava i droni su Israele. Un'altra parte è controllata dal governo yemenita che è sostenuto direttamente e indirettamente da Riyad. Visti i danni che fanno gli Houthi che sono arrivati praticamente a Bab el- Mandeb, quindi con l'Iran che chiude... Lo stretto di Ormuz e gli UTI che provano a chiudere lo stretto di Bab- e- Mandeb è un grande problema per il commercio globale. Allora hanno aumentato il sostegno alle milizie filogovernative e lanciato una grande offensiva. che tra l'altro sul campo Yemen ha dato qualche risultato, nel senso che per un certo periodo le forze filogovernative stavano avanzando e gli Houthi retrocedendo,

però la situazione è molto mobile sul campo. Però a noi cosa interessa qui? Che al di là della situazione sul campo Yemen, questo grande attacco delle forze governative, dietro cui c'è l'Arabia Saudita, ha fatto arrabbiare gli Houthi ancora di più, che a questo punto hanno cominciato... a lanciare droni, che è un po' la specialità degli UTI, contro l'Arabia Saudita e in alcuni casi con risultati molto cruenti.

Quindi, siccome gli UTI minacciano di chiudere lo stretto di Bab el- Mandeb e quindi di impedire il passaggio delle navi dal Mar Rosso, mentre gli iraniani di fatto hanno già reso inutilizzabile o quasi lo stretto di Hormuz, L'Arabia Saudita, che si trova nel mezzo di questi due canali fondamentali, senza i quali praticamente non può esportare il suo petrolio, si trova in enorme difficoltà. La strategia degli uti di creare problemi all'Arabia Saudita si intreccia con quella dell'Iran. Se gli stretti sono chiusi, i prezzi globali del petrolio salgono e quindi il costo economico e politico di questa situazione, soprattutto per gli Stati Uniti, può diventare così insostenibile da spingerli a ritirarsi dalla regione. e costringere l'Arabia Saudita ad

accettare che in Yemen ora comandino gli Houthi.

A questo punto l'Arabia Saudita deve un po' decidere se escalare ulteriormente questo conflitto o in soldoni accettare un pochino che per deescalare deve lasciare restare lo Yemen e gli Houthi. A complicare ulteriormente le cose ci sono le minacce dei Pasdaran che dicono che adesso noi colpiremo se voi attaccate se voi Arabia Saudita continuate ad attaccare noi colpiremo le infrastrutture di internet e cosa c'è in Arabia Saudita nel mare arabico ci sono tantissimi cavi che vanno più o meno dalla Francia all'India quindi se tagliano un cavo lì non è che il mondo finisce in blackout però crea delle difficoltà E poi ci sono anche tanti data centers da quando Kushner, il genero di Trump, ha fatto degli

accordi su questa cosa.

Le esportazioni di greggio saudita sono già scese a circa 3 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi 13 anni, e adesso l'Arabia rischia di trovarsi ancora più strangolata economicamente.

È proprio il paese che all'inizio sembrava essersela un po' cavata con questa guerra, perché anche la sua economia all'inizio aveva subito meno danni di quella, per esempio... del Qatar o degli Emirati, ed è stata colpita meno, invece adesso si trova a fronteggiare una situazione che dal loro punto di vista è completamente inaspettata e tutto questo mentre il sostegno dall'America, alleato storico dell'Arabia Saudita, sembra un po' vacillare perché per esempio Trump non ha sostenuto l'Arabia Saudita e Yemen e cominciano a scarseggiare pare i Patriot in Arabia Saudita e insomma è un momento molto difficile per il regno.

Una guerra di armi contro l'Iran che si trasforma in una guerra commerciale in Hormuz e Bab el- Mandeb che a questo punto porta a un'acuirsi della guerra militare Yemen.

Buongiorno a tutti, grazie davvero per questo invito, voglio salutare e ringraziare, io penso che mi abbiate sottovalutato, scusate, non sono proprio un nano.

È iniziato così, con una gag su un rialzo posto all'interno del palco da cui stava per cominciare il suo discorso, l'intervento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'Assemblea Generale di Assolombarda, l'associazione delle imprese che operano nella città metropolitana di Milano e nelle province di Lodi, Monza- Brianza e Pavia. Dopodiché i toni si sono fatti seri, come mi ha raccontato Cesare Zapperi della redazione politica del Corriere della Sera.

Giorgia Meloni all'Assemblea di Asso Lombarda ha lanciato un allarme legato a una delle emergenze di questo momento, cioè i prezzi dell'energia che sono schizzati verso l'alto e quindi hanno dato una forte spinta anche all'inflazione. Quindi la Premier dice che al Consiglio europeo di giovedì porterà un'istanza che sta portando avanti da un po' di tempo, cioè quella della flessibilità sui conti, sulle politiche di bilancio. Visto che c'è alle porte una manovra economica da impostare a fine anno, questi vincoli europei è importante sapere se si possono allargare o rimangono stretti come sono adesso. Meloni ha posto una riflessione.

Ci sono state in questi ultimi anni, in questi ultimi mesi, una serie di emergenze, soprattutto negli ultimi mesi, la chiusura dello stretto di Ormuz. la crisi con l'Iran, i bombardamenti alle raffinerie, tutto questo ha creato ovviamente un'esplosione dei costi dell'energia che ha avuto delle ricadute su tanti altri ambiti e quindi la Premier dice che sono cresciuti i costi per i cittadini ma anche per la spesa pubblica l'inflazione ha un peso rilevante e quindi quando noi abbiamo fatto delle previsioni di bilancio su un'inflazione dell'1,8% oggi invece ci ritroviamo ad avere un'inflazione che ha sfondato il tetto del 4%

Ed è tutto questo che, secondo Cesare Zapperi, ha portato la Presidente del Consiglio a pronunciare la frase più importante del suo intervento.

Dico soprattutto per ricordare a me stessa e a chiunque abbia a cuore questa nazione che l'Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì. Siede lì per dire quello che va detto quando va detto, anche se è scomodo, anche quando costa. Perché l'Italia è tra le nazioni che l'Europa l'hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla, ma esattamente per il contrario, per renderla più forte

Perché questa frase? Perché secondo la nostra Premier la politica di bilancio per come è impostata attualmente non consente degli spazi di manovra per i singoli stati che sono schiacciati dai costi dell'energia che stanno facendo sballare tutte le programmazioni. E quindi si preannuncia un Consiglio europeo piuttosto animato, piuttosto teso, perché si prevede che l'Italia sicuramente, ma non solo, probabilmente anche altri paesi in sede europea cercheranno di far valere questo ragionamento con l'inflazione che non è quella che si immaginava pochi mesi fa ma ha avuto un balzo in avanti, bisogna rivedere alcuni concetti, alcuni vincoli. Se non si rivedono sarà difficile per molti chiudere i conti a fine anno

e programmare l'anno prossimo.

Molto di quello che richiederanno l'Italia e altri paesi si può quindi in realtà riassumere in una parola, flessibilità.

Poi come questa flessibilità possa essere declinata, questo lo stabiliranno i tecnici di Bruxelles. Sicuramente la richiesta è quella di misure anche strutturali, non del momento perché secondo il governo italiano non servono misure tampone, a questo proposito Meloni ha ricordato che in poco tempo l'Italia ha destinato 60 miliardi per cercare di ridurre i costi, dei carburanti, sono soldi che alla fine sono andati quasi buttati perché grandi risultati non li hanno dati o non li potevano dare, quindi si chiede da parte dell'Italia che ci siano delle misure che non valgano solo nel breve periodo, ma che incidano nettamente sulle regole delle politiche economiche europee. È una bella sfida perché chiaramente si tratta di cambiare passo, anzi Meloni

ha chiesto proprio un cambio di passo, si tratta di vedere, noi sappiamo com'è il meccanismo europeo, serve l'unanimità nelle decisioni che si devono prendere di 27 paesi, tutti i paesi sono uguali, non tutti i paesi stanno facendo fronte nello stesso modo alle problematiche economiche e quindi è una partita che sicuramente non si esaurirà giovedì, ma giovedì potrebbe avere dice la Premier, in qualche passo avanti perché Meloni ha assicurato che il Ministro dell'Economia Giorgetti ha già una interlocuzione avanzata per una riduzione dei costi del gas. Speriamo che da giovedì arrivino da Bruxelles buone notizie su questo fronte.

I costi del gas sono diventati insostenibili.

Per oggi noi ci fermiamo qui, grazie a Cesare Zapperi, Anna Momigliano e Viviana Mazza e grazie a voi per averci ascoltato e con Giorno per Giorno ci risentiamo domani.

Giorno per giorno è il podcast quotidiano del Corriere della Sera a cura di Francesco Gianbertone. Coordinamento di Tommaso Pellizzari. Produzione audio di Keymotions con Giacomo Vaghi, Federico Caruso e Giorgia Venturi.

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