Giorno per giorno

Israele, il 7 ottobre e il voto. Altri scontri in Francia. Legge elettorale in dirittura

Mittwoch, 7. Oktober 2026 · 23 min

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Shownotes

Anna Momigliano spiega in che modo il terzo anniversario dell’attacco di Hamas si incrocia con le elezioni previste per il 27 ottobre. Stefano Montefiori racconta la nuova giornata di incidenti per le proteste degli studenti contro le condizioni del sistema scolastico pubblico. Adriana Logroscino parla del ritorno (con polemiche) del ddl della maggioranza alla Camera, in vista dell’approvazione finale prevista per giovedì
• 7 ottobre: il giorno più buio di Israele ora perseguita Netanyahu alle urne (corriere.it/esteri/26_ottobre_06/7-ottobre-gio…)
• Francia, in piazza centinaia di migliaia di studenti: scontri a Parigi, barricate a Strasburgo, lezioni sospese fino al weekend (corriere.it/esteri/26_ottobre_06/francia-manif…)
• Legge elettorale, cosa prevede il nuovo testo del governo Meloni (roma.corriere.it/notizie/politica/26_ottobre_0…)

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Il terzo anniversario dell'attacco di Hamas contro Israele, avvenuto il 7 ottobre 2023, che cade a 20 giorni dalle elezioni politiche che decideranno il futuro del primo ministro Benjamin Netanyahu, ma in ogni caso non cambieranno molto per i palestinesi di Gaza. La nuova giornata di manifestazioni e scontri in Francia, con centinaia di migliaia di studenti nelle strade per protestare contro le condizioni del sistema scolastico pubblico e il ritorno alla Camera della nuova legge elettorale in vista della votazione finale prevista per domani. È mercoledì 7 ottobre e di queste storie parliamo nella puntata di oggi di Giorno per Giorno, il podcast sui fatti più importanti per orientarsi nel mondo,

con le voci dei giornalisti del Corriere della Sera. E io sono Francesco Giambertone.

Mishmar avor ledom, mishmar dom. Le oradat degela leom, a mishmar degalim ored.

Con l'esposizione delle bandiere a mezz'asta davanti al Palazzo Presidenziale e al Parlamento, lunedì 5 ottobre sono iniziate le cerimonie in vista del terzo anniversario della strage del 7 ottobre 2023 che cade oggi. Quel giorno 1.200 israeliani furono uccisi e altri 250 rapiti. in un attacco terroristico organizzato e portato a termine dal movimento islamico di Hamas. Quell'azione ha scatenato la risposta israeliana che in un primo momento ha portato all'eliminazione dei vertici di Hamas e di Hezbollah, la milizia sciita in Libano, ma soprattutto al bombardamento sistematico di Gaza che ha causato almeno 75.000 morti tra i palestinesi.

Rispetto ai due precedenti, però, questo terzo anniversario cade in un momento particolare. Perché tra 20 giorni, cioè il 27 ottobre, in Israele si terranno le elezioni che decideranno il futuro del governo guidato da Benjamin Netanyahu e sostenuto da partiti di estrema destra e integralisti religiosi. Anna Momigliano, della redazione esteri del Corriere della Sera e autrice del saggio« Voi avete creato il nostro esilio, la questione coloniale in Israele e Palestina», appena pubblicato da Garzanti, mi ha spiegato quanto e come l'attuale contesto di guerra sta incidendo sulla campagna elettorale.

I sondaggi dicono che proprio il 7 ottobre è uno dei temi principali per l'elettorato israeliano, però dicono anche un'altra cosa che sembra un po' quasi contraddirla, e cioè che Netanyahu, nonostante tutte le inchieste che sono uscite, su come ha reagito in modo deficitario all'attacco terrorista di Hamas nelle primissime ore.

Nonostante questo, proprio a ridosso di queste inchieste, Netanyahu sta riguadagnando consensi. I sondaggi in questo momento lo danno in leggera risalita. Se si votasse oggi, secondo l'ultimo sondaggio uscito, il blocco pro Netanyahu, quindi tutta l'alleanza dei partiti di destra, di estrema destra e dello stesso Licode di Netanyahu, prenderebbe circa 53 seggi, su un totale di 120 del Parlamento unicamerale, e quindi comunque da solo non avrebbe la maggioranza.

Sempre stando ai sondaggi, anche l'opposizione potrebbe ritrovarsi in una situazione simile.

la cosiddetta opposizione sionista, cioè centro- sinistra israeliano che ruota attorno all'idea di Israele come Stato ebraico democratico, capitanata per il momento da Gadi Eisenkot, un ex generale col suo partito Yashar, ma c'è anche Beyahad di Bennett, i democratici di Golan, che sono quelli più di sinistra. Ecco, questo è cosiddetta opposizione sionista tutta insieme oggi prenderebbe 49 seggi quindi anche loro non abbastanza per governare e sempre che i sondaggi ci azzecchino un filino meno di Netanyahu in tutto questo Il paradosso è che se noi dovessimo dividere gli elettori israeliani in pro Netanyahu o contro Netanyahu, la stragrande maggioranza è contro Netanyahu, perché quasi un quinto della popolazione israeliana

è di etnia palestinese, sono i cosiddetti arabi israeliani o palestinesi con la cittadinanza israeliana, secondo di come si preferisce chiamarli, e specie negli ultimi tempi in cui c'è una cesura forte tra la società ebraica e la minoranza palestinese, tendono sempre ad essere più rappresentati da partiti arabi che esistevano anche prima, ma prima non proprio tutti i palestinesi votavano partiti palestinesi.

A questi si potrebbero sommare i voti del Partito Comunista e quelli della forza islamista conservatrice Raham. In quel caso l'attuale coalizione di governo finirebbe in minoranza. Ma anche se succedesse, secondo Anna Momigliano, questo non cambierebbe più di tanto la linea di Israele sulla guerra. E questo a causa di un fenomeno che a noi dall'estero può apparire strano.

Paradossalmente, nonostante il contesto geopolitico e la guerra su più fronti, in cui si trova Israele, la politica estera e il tema delle guerre non è proprio centrale a queste elezioni, ci sono stati momenti in cui la politica estera e la questione palestinese erano centrali nella politica anche interna israeliana, pensiamo ai tempi di Rabin, di Peres, quando Negli anni 90 è entrato nella scena Netanyahu, lui è uno che è entrato nella scena dicendo proprio che sono contrario agli accordi di Oslo, farò uno stato palestinese, eccetera, eccetera, su quello ha costruito la sua persona politica. Adesso è tutt'altro clima, perché?

Perché l'attacco di Hamas del 7 ottobre e, diciamo, il quasi ventennio di Netanyahu hanno fatto precipitare il paese... in uno stato di guerra semipermanente e nessuno in questo momento ha un piano credibile e presentabile per farcelo uscire e quindi l'opposizione non fa campagna su questi temi e quando lo fa lo fa più o meno dalla stessa posizione di Netanyahu perché non c'è un'alternativa in vista

In Francia da giorni i liceali protestano per una scuola che ha sempre meno strumenti, tra edifici in cattive condizioni e professori che mancano e non vengono sostituiti. Ieri la mobilitazione ha fatto un altro passo in avanti. Decine di migliaia di ragazzi sono scesi in piazza a Parigi e in molte altre città mentre in quasi 900 istituti le elezioni sono state sospese del tutto o in parte. Una giornata di cortei organizzati ai quali hanno partecipato anche gli insegnanti e i sindacati con il sostegno delle forze politiche di sinistra. Ma anche ieri ci sono stati scontri con la polizia dopo giorni di tensioni e polemiche per la repressione delle proteste. Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere da Parigi,

mi ha raccontato cosa è successo nelle piazze francesi ancora piene di giovanissimi.

In particolare sono scesi in piazza accanto a loro i leader dell'Afghanistan Soumise, cioè l'estrema sinistra che da subito si è fatta portavoce delle esigenze dei ragazzi, da subito ha sostenuto la legittimità della loro protesta, ma anche molti esponenti socialisti, cioè della sinistra socialdemocratica rivale di Mélenchon che sono scesi in piazza anche loro per dare il loro sostegno ai ragazzi e soprattutto per cercare di distinguere tra i ragazzi che manifestano pacificamente, i teppisti che sfasciano le scuole proprio nel momento in cui i ragazzi chiedono migliori strutture, migliori aule, classi meno affollate e anche per cercare di limitare la risposta della polizia che viene giudicata da molti sproporzionata con

un eccesso di repressione È un eccesso di violenza che finisce per colpire soprattutto non i responsabili delle distruzioni, non i casseurs, ma i liceali che manifestano pacificamente.

È stata, prevedibilmente, una giornata con molti momenti di tensione, soprattutto, come capita spesso, alla fine delle manifestazioni.

Cortei, anche lunghi, che scorrono in modo pacifico, con la maggioranza di manifestanti che cerca di far sentire le sue ragioni, Verso la fine, una volta che è raggiunta la meta del corteo, in questo caso a Parigi Place de la Nation, il corteo si scompone e entrano in azione i black bloc, o comunque i casseurs, insomma dei ragazzi che sembrano anche non essere gli adolescenti liceali visti appena prima, ma dei giovani che colgono l'occasione per esercitare una violenza cieca contro tutto, tutti, vetrine dei negozi, poliziotti, gendarmi. E quindi si assiste di nuovo al lancio di granate lacrimogene, all'uso delle cosiddette armi non letali, cioè i fucili con proiettili di cauciù, che però se usati non secondo le regole e quindi a

distanza troppo ravvicinata e ad altezza d'uomo, a bruciapelo, possono rivelarsi molto molto dannosi e provocare delle ferite gravi.

E questa cosa chiaramente è già successa in molti modi diversi.

Nei giorni scorsi ci sono stati ragazzi che hanno perso una mano perché sono stati colpiti da una granata. Un altro ragazzo ha perso un occhio, un altro ancora ha avuto la mascella e tutta l'arcata dentaria superiore distrutta. Ieri ci sono state le immagini di un altro giovane che è preso da convulsioni dopo essere stato picchiato dalla polizia e portato via in barella. Insomma ci sono tantissimi casi di violenze molto dure da parte della polizia che provocano in queste ore grandi polemiche. Ovviamente ci sono anche casi di violenze inaccettabili e inconcepibili da parte di alcuni manifestanti e di molti black bloc, di molti casseur, ci sono stati nei giorni scorsi presidi assaltati, feriti, aggrediti, insegnanti picchiati,

caccia ai poliziotti rimasti isolati per strada, insomma un clima di violenza e di eccessi che ha pochi uguali in Europa, ma anche in Francia, tant'è vero che c'è un numero di arresti, ormai quasi 5 mila, che supera per media quotidiana quelli che ci sono stati durante le passate rivolte dei gilet gialli o della riforma contro le pensioni o in seguito all'uccisione da parte di un poliziotto del 17enne Nael Ananterre nel 2023.

A parte i casseurs, che spaccano tutto anche quando il Paris Saint Germain o la nazionale francese vincono un trofeo, i ragazzi che protestano davvero lo fanno per ragioni anche comprensibili. Da anni in Francia le forze conservatrici si fanno portatrici di una lamentela costante. La scuola non è più quella di una volta, i ragazzi non rispettano i professori, non sanno più leggere e scrivere. I risultati della ricerca Ox e Pisa mostrano un forte abbassamento del livello degli studenti francesi, soprattutto in matematica e scienze. Ma c'è anche una colpevolizzazione continua dei giovani, trattati come pigri, dediti solo ai telefonini e alle playstation. I liceali condividono la preoccupazione per la scuola,

vista però dalla loro parte, per un'istituzione che ha sempre meno mezzi. Sono carenze croniche, denunciate da decenni anche in Italia, ma in Francia, mi ha spiegato Stefano Montefiori, la scuola viene vista come il cuore del declino nazionale. Quindi i ragazzi chiedono sì di studiare, ma di farlo in condizioni migliori.

Sullo sfondo c'è anche, io credo, La preoccupazione più generale è per il futuro. Si parla spessissimo in Francia dell'ascensore sociale bloccato, della mancanza di prospettive. I ragazzi sanno che è sempre più difficile basare la propria riuscita nella vita sul merito. La meritocrazia che per qualche anno, tempo fa, ha avuto di nuovo un momento di fortuna, adesso viene sentita fondamentalmente come una grande truffa, un modo per dare ai ragazzi la colpa dei loro futuri successi. La realtà è che molte strade sono bloccate, la società è sempre più chiusa, la possibilità di avere successo in un mondo che, come vediamo, è sempre più complicato, è sempre più bassa, è un clima sociale che coinvolge i liceali ma che

riguarda poi tutti gli strati della società. La riforma delle pensioni, le proteste della riforma delle pensioni erano state anche lì l'occasione poi per riparlare del posto della formazione, del lavoro nella società, Insomma mi sembra che la protesta di questi giorni sia la spia di un malessere più completo, più complesso e più generale che riguarda la Francia ma non solo

E in tutto questo c'è il ruolo della politica a pochi mesi dalle elezioni. Da una parte l'estrema sinistra di Mélenchon che ha cavalcato la protesta degli studenti facendosene portavoce ed è accusata di avere soffiato sul fuoco. E dall'altra l'estrema destra di Marine Le Pen che alla fine potrebbe beneficiare di tutto questo.

Marine Le Pen e l'Assemblea Nazionale comunque cavalcano la situazione per proporsi ancora di più come la formazione politica che riporterà la legge e l'ordine nelle strade di Francia, che non permetterà più che ci siano incendi, che ci siano bidoni della spazzatura e delle fiamme e quindi in effetti il rischio è che una mobilitazione nata contro sistema, contro la scuola come organizzata adesso e cavalcata dall'estrema sinistra, finisca poi paradossalmente per giovare forse all'estema destra che invece promette appunto ordine, disciplina e il ritorno di quell'autorità che da anni viene invocata dalla destra francese

Ieri la Camera dei Deputati ha approvato i primi due voti di fiducia sulla nuova legge elettorale che reintroduce le preferenze mantenendo però i capilista bloccati scelti dai partiti. Il governo ha posto la questione di fiducia per evitare il voto sugli emendamenti sui quali le opposizioni avrebbero potuto chiedere lo scrutinio segreto e quindi puntare sulle divisioni della maggioranza per fare bocciare la legge. Era già successo a luglio, quando proprio sulle preferenze, nel primo passaggio alla Camera, il centrodestra era stato battuto per un solo voto. Poi le preferenze, su cui i partiti di maggioranza si sono messi d'accordo, sono state reinserite al Senato e E ora il testo è tornato a Montecitorio per il passaggio definitivo. Oggi è

prevista la terza fiducia, ma il momento più delicato sarà domani, cioè il voto finale sulla legge che sarà espresso in modo segreto. Ad Adriana Logroscino, cronista politica del Corriere che ieri era a Montecitorio, ho chiesto di raccontarmi come è andata la giornata.

testo blindato fiducia messa sugli articoli 1 e 2 appunto che riguardavano le preferenze e fiducia concessa senza nessuno scostamento anzi con moltissime presenze i voti a favore sono stati 227 i contrari 149 nella prima votazione e più o meno gli stessi numeri nella seconda si discostavano per qualche assenza i tre astenuti erano come spesso accade i deputati delle minoranze linguistiche e e insomma tutto come da copione, come da previsione. Il voto di fiducia di ieri era importante, era i primi due voti di fiducia sulla riforma elettorale, ma il voto più importante è quello di domani, giovedì, quando si approva la legge elettorale nel suo complesso con voto segreto e lì appunto questo tentativo di puntare sulle

divisioni della maggioranza esperirà la sua ultima cartuccia, le opposizioni esperiranno il loro ultimo tentativo di puntare sulle divisioni della maggioranza.

Ieri, in fase di dichiarazione di voto, alcuni esponenti delle opposizioni, tra cui Chiara Braga del PD e in particolare Elena Bonetti di Azione, che sentirete tra poco, hanno rivolto un appello alle deputate di centrodestra perché non approvino una legge che secondo loro rischia di creare un Parlamento mascolinizzato.

La Presidente Meloni insisteva per inserire le preferenze in questa legge elettorale. In una stanza di scerpa, guarda un po', fatta da soli uomini, si sono seduti al tavolo. I suoi alleati le hanno detto, bene, noi siamo disponibili a darti, a concederti le preferenze, ma tu ci devi lasciare le mani libere di poter candidare solamente uomini nelle posizioni ad elezione sicura. Questa È stata la merce di scambio, esito di un potere veramente macista ed è per quello che questa legge alla fine deve portare il nome di macello.

La tesi è che con questo sistema di preferenze che tiene i capilista bloccati e non dando alcun vincolo, non imponendo alcun vincolo di rappresentanza politica, di pari rappresentanza per i due generi, il numero di eletti uomini possa essere molto superiore rispetto all'ultimo Parlamento eletto nel 2022. Quindi hanno rivolto un caloroso appello a ripensarci, a far valere il loro dissenso al momento del voto, a non fidarsi dei segretari uomini che dicono che tuteleranno loro le candidate disponendo a capilista dei due generi nonostante non ci sia una prescrizione di legge.

In ogni caso, in tutti i partiti la tensione è rimasta piuttosto alta, nonostante la giornata di ieri si sia svolta senza particolari sorprese, come in effetti era prevedibile.

Non ci sono state sorprese, non ci sono stati incidenti perché è stata posta la fiducia che è stata accompagnata da un ragionamento pubblico molto serio della Presidente del Consiglio che ha detto o si approva la riforma elettorale o mi dimetto, quindi in sostanza il gioco era molto chiaro e molto evidenti le conseguenze, per cui... Si è votato, si è votato in maniera assolutamente compatta, il centrodestra ha votato in maniera compatta la sua legge, l'opposizione ha continuato a invocare la consulta perché appunto non si fermerà dopo l'approvazione della legge la battaglia perché le opposizioni ritengono questa enorme, questo sistema elettorale incostituzionale sotto diversi aspetti.

In particolare le opposizioni sostengono che la legge abbia un premio di maggioranza esagerato, 70 deputati e 35 senatori per chi supera il 42% dei voti in entrambe le Camere. Sostengono anche che i partiti che non sono già in Parlamento debbano raccogliere troppe firme. che le preferenze siano in sostanza finte e contestano anche l'indicazione obbligatoria del candidato premier da parte di liste coalizioni, visto che la scelta del Presidente del Consiglio è una prerogativa del Presidente della Repubblica.

Su questo eventualmente si pronuncerà la Corte Costituzionale, ma è chiaro che, finita o quasi la luce, Approvata la riforma elettorale, quanto ci vorrà perché si vada al voto? Questa è una domanda che in Parlamento era la più gettonata, la più interessata, anche perché...

riguarda effettivamente poi gli eletti prima di tutti oltre che ovviamente tutti gli italiani è un ragionamento quindi che prende corpo l'ipotesi di un anticipo del voto di una legislatura che si chiuderebbe in anticipo probabilmente in primavera in realtà però non è chiarissimo ancora il quadro sia perché sembra che la Presidente del Consiglio in realtà non abbia ancora deciso in questo senso stia facendo ancora valutazioni sia perché c'è poi la variabile Vannacci nel senso che fare senza vannacci, che sembra l'orientamento perlomeno dichiaratamente ufficiale dell'attuale maggioranza di governo, potrebbe non rendere sufficiente, autosufficiente questa maggioranza. Quindi c'è chi ancora considera la possibilità di una ripresa di un rapporto

con il generale e con le sue truppe.

In aula ieri i nove deputati di Futuro Nazionale hanno votato contro la fiducia al governo. Vavannacci ha fatto sapere di aspettare una chiamata da Meloni per sedersi a un tavolo di discussione e capire se poter correre insieme alla coalizione di centrodestra. Ci sono quindi diverse incognite su quando si andrà davvero a votare.

Nel campo largo cosiddetto, nel centrosinistra, la questione è particolarmente oggetto di attenzione e di interesse perché con questa legge elettorale che si va ad approvare in settimana, se non ci saranno sorprese, sarebbe obbligata a indicare il candidato premier, comunque il leader della coalizione, aspetto sul quale, come è noto, le maggiori forze politiche del campo largo, PD e Movimento 5 Stelle, non hanno trovato ancora un'intesa. L'altra grande incognita è se davvero la consulta si pronuncerà a breve sui ricorsi che partiranno un minuto dopo l'approvazione della legge.

Per oggi ci fermiamo qui, grazie ad Adriana Logroscino, Stefano Montefiori e Anna Momigliano e grazie a voi per averci ascoltato e con Giorno per Giorno ci risentiamo domani.

coordinamento di Tommaso Pellizzari produzione audio di Keymotions con Giacomo Vaghi Federico Caruso e Giorgia Venturi

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