Non spegnere la luce· Staffel 10· Folge 8

Gabriele d’Annunzio - Il poeta che trasformò la sua esistenza in opera d’arte

Mittwoch, 21. Oktober 2026 · 1 h 50

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Shownotes

Nato a Pescara nel 1863, Gabriele d’Annunzio è stato uno degli scrittori più celebri e controversi della storia italiana. Poeta, romanziere, giornalista, seduttore e uomo d’azione, costruì attorno a sé un personaggio quasi inseparabile dalla propria opera, trasformando la vita stessa in una forma di rappresentazione. Tra amori tormentati, lusso sfrenato, debiti, scandali, imprese militari e l’occupazione di Fiume, attraversò da protagonista alcuni dei passaggi più delicati dell’Italia tra Ottocento e Novecento. Negli ultimi anni si ritirò al Vittoriale, mentre il suo rapporto con Mussolini e con il fascismo rimaneva complesso e ambiguo. Ma chi era davvero Gabriele d’Annunzio dietro il mito? Quanto della sua immagine fu costruito consapevolmente? E perché, ancora oggi, è così difficile separare l’uomo dallo scrittore e dalla leggenda? Proviamo a scoprirlo insieme Sabina Ghirardi e Valentina Tosetti, autrici del podcast “Autopsie Letterarie”.

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Bentrovati e bentrovate su Non spegnere la luce, un podcast brutto, sporco e cattivo in cui ogni settimana cerchiamo di far luce sui misteri più oscuri della storia criminale moderna. Io sono Michele Dinnell, potreste conoscermi già per altri podcast come Stelle Strisce o come Inverno Nucleare e ad accompagnarmi in questo viaggio nella mente criminale, come sempre, ci sarà Giacomo Giacuinto, narratore, fumettista e autore del podcast La Bottega degli Orrori, E allora prima di iniziare, come sempre, ci teniamo a salutare tutta la nostra seconda famiglia che ci segue sul gruppo Telegram, che ogni giorno interagisce direttamente con me, con Giacomo, con tantissimi dei nostri ospiti ed esperti di Cronaca Nera. E

quindi mi rivolgo a tutti coloro che ci stessero ascoltando da settimane, mesi, anni, senza mai scrivere un commento, senza mai farsi vivi. Ragazzi, non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi. per entrare a far parte della nostra community, della nostra seconda famiglia, e vi assicuro che non ve ne pentirete. Se poi voleste fare un passo oltre e sostenere concretamente il lavoro mio e di Giacomo, potete iscrivervi anche al canale Patreon, dove in cambio di un caffè al mese potete ricevere non solo le puntate senza pubblicità, che di questi tempi vi assicuro non fa mai male con tutta la pubblicità che c'è in giro su internet, ma anche un archivio di quasi 150 contenuti extra quindi un podcast praticamente parallelo un archivio parallelo al

quale potete attingere se avete terminato la maratona di puntate di non spagnere la luce e poi per i più audaci di voi ci sono anche le magliette i cappellini gli sticker del podcast e tante altre novità in arrivo nei prossimi mesi quindi mi raccomando siamo caldi anche con il merchandise è un ottimo momento per farsi il nostro Patreon tutto questo lo trovate nel link in descrizione di questa e delle altre puntate ma adesso bando alle ciance perché abbiamo con noi degli ospiti anzi delle ospiti nuove di Zecca e sto parlando di Sabina Ghirardi e Valentina Tosetti nonché autrici di un podcast che potreste sapere conoscere che si chiama autopsie letterarie. Ciao ragazze e grazie per essere qui con noi oggi.

Ciao Michele, grazie a te di cuore per questo invito, siamo veramente entusiaste e anche molto emozionate.

Grazie Michele, grazie a tutti e grazie per l'opportunità.

Ma di che è un piacere avervi qui e fare parte del roster di ospiti sempre più nutrito di Non Spagnere la Luce e E allora tuffiamoci nella puntata di oggi, l'avrete intuito dal titolo, oggi è una puntata da esteti, sono contentissimo, sono realmente euforico per l'argomento e parliamo di un grande, parliamo del Vate, di una persona che nasce nel 1863 a Pescara e sto parlando ovviamente di Gabriele D'Annunzio, che è stato uno degli scrittori più celebri e controversi della storia italiana. poeta, romanziere, giornalista, seduttore, uomo d'azione, costruì attorno a sé un personaggio quasi inseparabile dalla propria opera e trasformò la sua stessa vita in un'opera d'arte, in una forma di rappresentazione, quasi come direbbe lo youtuber Andrea

Di Pre. Tra amori tormentati, lusso sfrenato, debiti, scandali, imprese militari, tra cui anche l'occupazione di fiume, attraversò da protagonista, sempre da protagonista, alcuni dei passaggi più delicati dell'Italia tra 800 e 900. Negli ultimi anni della sua vita si riterò al Vittoriale, la sua villa sfarzosissima, mentre il suo rapporto con Mussolini e con il fascismo rimaneva complesso e ambiguo.

E allora quello che vogliamo chiederci all'interno di questa puntata è chi era davvero Gabriele D'Annunzio dietro il mito e quanto della sua immagine fu costruito consapevolmente, ma soprattutto perché ancora oggi è così difficile separare l'uomo dallo scrittore e dalla leggenda. E allora per scoprirlo, come sempre, facciamo un passo indietro, proviamo a ricostruire le origini e le imprese di questo poeta assieme ad un altro poeta che si chiama Giacomo Giacuinto.

Ciao Michele, ciao a tutti gli amici, gli amiche e gli amico di Non Spegnere la Luce, ben ritrovati anche da parte mia per questa nuova puntata da vivere insieme. Buttiamoci all'interno della narrazione di oggi che è quasi in antitesi, in controtendenza rispetto alle narrazioni che facciamo solitamente. Perché di solito quando parliamo di true crime o parliamo di crimini parliamo di rumore. Il rumore di una vittima, il rumore delle auto della polizia oppure il rumore dei necrofori al lavoro.

o ancora il rumore dei giornalisti, il click delle macchine fotografiche che riprendono la scena, delle telecamere, delle persone che urlano il proprio sdegno. Oggi invece parliamo di silenzio, di un uomo che attraverso le parole ha saputo raccontare anche la parte più marcia dell'Italia, mentre grazie al suo talento riusciva a descrivere una figura meravigliosa come quella della pioggia nel Pinedo. Quindi questa narrazione non può che aprirsi con un imperativo del silenzio. Taci. Sulle soglie del bosco non odo parole che dici. Umane. E infatti c'è un uomo che all'inizio del Novecento entra idealmente in una pineta e chiede silenzio. Il motivo è molto semplice. Vuole ascoltare la pioggia.

Vuole che per un momento scompaiano la società che conosce bene, la politica che conosce benissimo, purtroppo, e le parole degli uomini. Anche quelle le conosce bene. Quell'uomo si chiama Gabriele D'Annunzio. E il vero paradosso è che pochi italiani della sua epoca hanno fatto tanto rumore quanto lui. Era un poeta, era un romanziere, era un amante, era un deputato, era un soldato, era un avventuriero, era anche un propagandista. Era un comandante di uomini armati, era il rivale potenziale di Mussolini.

Infine è diventato un monumento vivente rinchiuso nella gigantesca scenografia del Vittoriale. Vedete, raccontare le sue parti più oscure come se fosse un true crime significa però evitare una trappola. D'Annunzio non è un serial killer. Non è corretto costruire su di lui un catalogo di crimini che le fonti non documentano. Il suo dossier è particolarmente diverso. Perché contiene almeno una condanna penale reale, contiene tantissimi scandali privati, debiti, manipolazioni personali. Ci sono anche esaltazione della guerra, sedizione militare, intimidazioni politiche. è un esperimento di potere armato che per più di un anno sfidò lo Stato italiano. E quindi è un'indagine su qualcosa che è molto più difficile da processare,

la responsabilità di un uomo capace di trasformare le parole in azione. Non sarebbe poi in fondo il sogno di tutti noi. E su una domanda, quanto sangue può esserci dietro una bella frase quando milioni di persone sono disposte ad ascoltarla? Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara nel 1863. È precocissimo perché pubblica Primo Vere ancora adolescente e, arrivato a Roma nel 1881, comprende molto presto una cosa che sarà fondamentale per tutta la sua vita. Uno scrittore può essere anche il prodotto che vende. È uno dei primi esempi di comunicazione attraverso il marketing, in una sorta di social anteliterum chiamata Italia del primo novecento. Parliamo di giornali, parliamo di scandali, parliamo di abiti, parliamo di amori, parliamo di case,

di debiti, di opere. Tutto può diventare parte del personaggio. Pensate che la stessa Rai Cultura, ripercorrendo la sua figura, sottolinea il suo narcisismo, la continua rappresentazione pubblica di sé, che accompagna l'attività letteraria, mondana e anche quella pulita. Nel 1889 pubblica Il Piacere. Il protagonista, Andrea Sparelli, è un aristocratico estetizzante che vive l'esistenza come una sorta di opera d'arte.

È difficile non vedere in quel modello qualcosa che D'Annunzio tenta di trasferire anche nella propria biografia, ma vivere come se la vita fosse letteratura comporta un problema, ovvero che le persone reali non sono personaggi. A Napoli D'Annunzio intreccia una relazione con Maria Gravina Cruyes, sposata con il contè Ferdinando Anghissola. Maria rimane incinta. Il marito presenta una denuncia e qui usciamo dalle interpretazioni ed entriamo in un fatto giudiziario documentato. D'annunzio e Maria Gravina vengono processati e condannati per adulterio, allora previsto come reato. Evitano il carcere grazie a un'amnistia. Questo è uno dei pochi punti della sua vita privata in cui la parola condanna può essere utilizzata

effettivamente in senso letterale. Intanto però nella sua vita i debiti crescono. Treccani descrive una sorta di situazione economica catastrofica ad annunzio non riesce a rinunciare al lusso, accumula obblighi verso i creditori e nel 1910 finirà per trasferirsi in Francia in una fase di forte pressione finanziaria. Poi però c'è un'altra protagonista della sua storia, forse la più importante, Eleonora Duse. La loro relazione diventa una delle più celebri della cultura europea dell'epoca. Anche qui bisogna però separare i documenti dalla mitologia. Non esiste nelle fonti esaminate una sorta di condanna di dannunzio per violenza sessuale contro la dose e attribuirgliela sarebbe falso. Esistono però dei comportamenti documentati che

oggi definiremo almeno manipolatori o profondamente sleali. Per esempio, quando D'Annunzio aveva promesso la città morta, Sarah Bernard ricorse, secondo la ricostruzione biografica, a sotterfugi che costrinsero la Duse a rinunciare alla parte. Quando lei scoprì l'accaduto, interruppe temporaneamente la relazione.

C'è inoltre il modo in cui vita privata e letteratura si sovrappongono, amanti e relazioni diventano quasi materiale narrativo, anzi togliamo il quasi. Parlare genericamente di abusi sarebbe comunque eccessivo, parlare invece di asimetria, di uso artistico, dell'intimità, di infedeltà e strumentalizzazione affettiva è molto più difendibile sulla base delle fonte.

E già qui compare un tratto che tornerà spesso nella sua vita. D'Annunzio non vuole vivere soltanto, vuole dirigere la scena, e questo in ogni aspetto della sua vita. All'inizio del secolo esiste ancora un altro D'Annunzio, quello capace di scrivere« Piove sui nostri volti, Silvani, e la pioggia nel Pinedo.

Il confine fra essere umano e natura si scioglie, le piante diventano strumenti». Le gocce diventano una musica, i corpi sembrano perdere la loro identità individuale e fondersi nel paesaggio. È il dannunzio che continua a essere studiato perché al di là del personaggio pubblico ha trasformato ritmo, lessico e percezione sensoriali della poesia italiana. Alcione rimane uno dei vertici riconosciuti della sua produzione. Ma circa dieci anni dopo il suono dominante non è più quello della pioggia, è quello della guerra. Nel 1911-1912, durante il conflitto italo- turco per la conquista della Libia, D'Annunzio partecipa con la propria scrittura al clima nazionalista e coloniale. In seguito, quando l'Europa precipita nella

Prima Guerra Mondiale, diventa una delle voci più efficaci dell'interventismo italiano. Il 5 maggio 1915, appena rientrato dalla Francia, parla a quarto durante l'inaugurazione del Monumento ai Mimici. una sorta di invocazione della guerra e lo colloca all'inizio del cosiddetto Maggio Radioso, le settimane di manifestazioni e pressioni che precedono l'ingresso dell'Italia nel conflitto. Giolitti e i neutralisti sono bersagliati da una retorica politica aggressiva. Il Parlamento, dove i neutralisti avevano ancora un peso considerevole, viene progressivamente circondato da una mobilitazione di piazza favorevole alla guerra. La responsabilità di D'Annunzio è morale e politica, non causale in senso esclusivo e Non fu

lui ovviamente a decidere da solo l'entrata in guerra dell'Italia. La decisione dipese dalla monarchia, dal governo, dagli accordi internazionali e da un movimento intervinista che era molto più ampio del personaggio. Ma D'Annunzio fu certamente uno dei suoi propagandisti più visibili. E quando la guerra arriva non resta al sicuro a celebrarla come molti politici, si offre volontario. Partecipa ad azioni militari reali, subisce un grave incidente aereo che gli compromette un occhio. prende parte alla beffa di Buccari e nel 1918 vola su Vienna in un'impresa soprattutto simbolica e ancora una volta propagandistica. Il dannunzio bellicista non è soltanto un uomo che manda altri a combattere, no, espone

anche se stesso al rischio, ma il coraggio personale non neutralizza il problema della sua retorica. Perché la guerra nei suoi scritti assume spesso la forma di un rito. C'è questa cupa esaltazione della morte, il modo in cui quella rappresentazione contribuisce alla costruzione di un'epopea nazionale successivamente riutilizzata dalla propaganda fascista. Nell'ottobre del 1918, quando la fine del conflitto si avvicina, scrive Acciano che per uomini come loro la pace oggi è una sciagura. Fermiamoci. Perché non è una frase scritta nel 1915 quando nessuno conosce ancora fino in fondo la carneficina, no. È l'ottobre del 1918. Sono passati quattro anni di trincee. Ed Annunzio non riesce ancora a immaginare la pace come liberazione. Anzi, ha bisogno di un'altra impresa,

ha bisogno di un'altra guerra. La troverà sull'Adriatico. La troverà in un punto specifico che nella storia dei sussidiari e nella nostra storia è quasi immaginario collettivo. la città di fiume. È il 12 settembre del 1919. La prima guerra mondiale è finita da meno di un anno e l'Europa è piena di confini incerti, di reduci armati, di economie sconvolte, di paesi politicamente instabili. La questione dell'Adriatico esaspera i nazionalisti italiani. Fiume, oggi Rijeka in Croazia, è una città multilingue e contesa.

La città aveva una forte componente italofona, mentre il territorio circostante aveva una consistente popolazione croata. D'Annunzio trasforma la formula della vittoria mutilata in una sorta di narrazione potentissima, è uno dei primi grandi comunicatori, una sorta di podcaster antelittera. L'Italia avrebbe vinto la guerra, ma sarebbe stata tradita nella pace.

Da Ronchi parte una colonna di uomini, a guidarla c'è proprio lui il poeta. La Treccani la riprendiamo ancora perché definisce senza nessuna ambiguità ciò che accade, un'occupazione militare condotta da militari ribelli. Il 12 settembre D'Annunzio entra a fiume e proclama unilateralmente l'annessione della città all'Italia, senza autorizzazione del governo di Roma. Non è una metafora. Un uomo di lettere a uomini armati ai propri ordini e dopo appena quattro giorni scrive a Benito Muscoli. La lettera del 16 settembre 1919 è uno dei documenti più impressionanti dell'intera vicenda.

Lui scrive« Non c'è nulla da fare contro di me. Nessuno può togliermi di qui. D'Annunzio non si limita a rivendicare fiume. Dalla corrispondenza e dalla ricostruzione storiografica emerge un progetto che è molto più vasto. Mettere in crisi il governo di Roma». D'annunzio rimprovera Mussolini perché non agisce abbastanza e sostiene che in un altro paese l'impresa avrebbe già provocato la caduta del governo. Mussolini in questa fase appoggia la causa ma si dimostra più prudente riguardo a una possibile estensione dell'azione avversiva. E il dossier qui si fa molto più serio. Perché non siamo davanti alla successiva leggenda del poeta libertario che organizza una festa permanente sull'Adriatico, no,

siamo davanti a una rottura armata della legalità statale. in un contesto in cui i settori dell'esercito simpatizzano con l'impresa e altri nazionalisti ragionano apertamente sulla possibilità di portare l'azione fino a Roma. Uno sviluppo del genere avrebbe aperto la prospettiva della guerra civile. Ed è proprio qui che la storiografia contemporanea ha corretto molte letture romantiche che si fanno di dannunzio. Per esempio Federico Carlo Simonelli, passando in rassegna gli studi del Centenario, mostra come storici come Luciano Villari, Enrico Serventi Longhi e Marco Mondini abbiano interpretato Fiume come una sorta di laboratorio di nazionalismo, autoritarismo, militarizzazione, crisi democratica.

Mondini inserisce l'impresa nel quadro più ampio delle guerre civili e della violenza politica del dopoguerra europeo. Ma Fiume è piena di contraddizioni, perché nello stesso esperimento troviamo anche Alceste de Ambris e la carta del Carnaro, il testo costituzionale elaborato con dannunzio che contiene principi sociali sorprendentemente avanzati, libertà civili, riconoscimento politico di uomini e donne, tutela del lavoro e forme di assistenza sociale. Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ne sottolinea proprio questi aspetti moderni. È per questo che ridurre Fiume a protofascismo puro sarebbe impreciso, ma sarebbe altrettanto impreciso trasformarla in Woodstock prima di Woodstock. C'è secondo

me una cosa che fa Rai Play che riassume molto bene il paradosso. Una costituzione visionaria nasce dentro un'esperienza fondata sull'occupazione militare e sul culto del capo e la Manson Family con D'Annunzio. E quando gli abitanti della città sembrano non voler più seguire il comandante emerge il lato meno romantico.

Perché nel dicembre 1919 viene preparato un accordo col governo italiano. Il Consiglio nazionale di fiume lo approva a larga maggioranza, ma quando D'Annunzio comunica la decisione dal balcone, la folla dei legionari reagisce violentamente e lui revoca la deliberazione. Si decide allora di ricorrere a un referendum. Il 18 dicembre, secondo la ricostruzione del dizionario biografico, le truppe d'Annunziane cercano di intimidire gli elettori e tenerli lontani dalle urbe. La stensione arriva infatti al 60%, ma i primi risultati suggeriscono comunque una vittoria dell'accordo. A quel punto D'Annunzio ordina di interrompere lo scrutinio. Ecco, questo è probabilmente uno degli episodi più importanti per smontare l'immagine puramente libertaria di Fiume. Perché

quando il voto rischia di contraddire il capo, il voto viene fermato. E intanto il rapporto fra occupanti e parti della popolazione si deteriora. Sul versante croato la memoria dell'impresa conserva un carattere molto più traumatico di quello che per decenni ha dominato nella commemorazione italiana. Nel centenario del 2019 le letture italiane croate si sono scontrate apertamente. Storici e istituzioni di Rijeka hanno insistito sulla discriminazione, sulla violenza subita da segmenti della popolazione croata durante l'occupazione. Non ogni violenza compiuta da un legionario può essere attribuita automaticamente a un ordine personale di dannunzio, chiaramente. La responsabilità documentabile però con

maggiore sicurezza è quella politica e di comando. Lui era il vertice dell'occupazione. Aveva assunto poteri civili e militari e governava un sistema che ammetteva la coercizione come strumento politico. nel 1920 nasce la regenza italiana del Carnaro poi arriva il trattato di Rapallo che prevede Fiume come stato libero D'Annunzio rifiuta il governo italiano decide infine di intervenire militarmente nel dicembre del 1920 durante quella che D'Annunzio chiamerà il Natale di Sangue italiani combattono contro italiani. Dopo gli scontri, il comandante cede il potere e l'esperimento fiumano finisce. L'impresa è durata poco più di un anno, ma il linguaggio politico che ha sperimentato durerà molto più a lungo. Per esempio,

ci sono delle immagini che sono passate alla nostra storia, anche semplicemente alla nostra storia iconografica. Il capo al balcone, la massa che risponde, la politica come liturgia all'uniforme, i simboli, la fusione di spettacolo, violenza e mito nazionale. Non significa che D'Annunzio abbia inventato il fascismo, la storiografia è molto più complessa e lo squadrismo fascista possiede dinamiche sociali e politiche proprie. Significa però che Fiume elaborò forme di mobilitazione e rituali che il fascismo seppe successivamente assorbire e radicalizzare.

Ed è a questo punto che torna la pineta. L'uomo che scriveva della trasformazione dell'individuo nella natura ora ha sperimentato un'altra metamorfosi, l'individuo dentro la folla. Il rapporto fra D'Annunzio e il fascismo è forse la parte della sua biografia più facile da falsificare. Sono due caricature opposte che continuano a circolare. La prima, D'Annunzio era semplicemente un fascista prima del fascismo, vero. La seconda, D'Annunzio era segretamente un grande antifascista ostile a Mussolini. Ci penserei. Entrambe sono troppo semplici.

Perché fra 1921 e 1922 una parte del mondo nazionalista e persino alcuni fascisti possono vedere in D'Annunzio un'alternativa alla leadership mussoliniana. Per esempio, questo periodo viene interpretato come una sorta di battaglia politica indiretta tra i due. La stessa Treccani tuttavia avverte che è difficile ricostruire in D'Annunzio una vera strategia coerente o un autentico confronto con Mussolini. Ma nell'agosto del 1922 avviene il celebre incidente della caduta da una finestra al Vittoriale, il cosiddetto volo dell'Arcangelo. Da allora sono circolate ipotesi di ogni genere, incidente, gesto volontario, complotto politico. Attenzione, Mussolini a un certo punto marcia su Roma. D'annunzio accoglie

l'evento freddamente, ma non diventa un oppositore sistematico del regime. progressivamente si ritira al vittoriale e lo Stato riceve in dono il complesso e contemporaneamente Mussolini gli garantisce un consistente sostegno economico pubblico e la gabbia perfetta per un uomo come lui, una gabbia dorata. E nel 1924, dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, D'Annunzio lascia filtrare parole durissime contro la situazione del regime, parlando di una fetida ruina, ma viene presto indotto a ridimensionare il gesto. non ne nasce alcuna opposizione organizzata. La risposta rigorosa è forse quella più scomoda.

D'Annunzio contribuì al terreno culturale e rituale sul quale il fascismo crebbe, intrattene rapporti con Mussolini, ricevette privilegi da regime e non diventò un antifascista. Allo stesso tempo non fu un gerarca fascista ordinario, conservò margini di autonomia, di fidenza e venne progressivamente neutralizzato proprio perché possedeva un prestigio personale che Mussolini non poteva ignorare. E alla fine rimane quello di una pioggia, una pioggia ascoltata in un pineto, una pioggia dove l'uomo si trasforma e si converti alla natura, taci, sulle soglie del bosco non odo, parole che dici, più

umane E allora ringrazio il nostro Giacomo per questa bellissima narrazione e e io non posso fare altro che tornare dalle nostre ospiti, perché c'è ancora tantissimo di cui parlare, c'è ancora tantissimo da approfondire sulla figura di Gabriele D'Annunzio, che è una figura dalla profondità e dalla tridimensionalità che quasi fa spavento, e noi nel nostro piccolo proveremo a farlo all'interno di questa puntata, all'interno di questa intervista con le nostre ospiti di Autopsie Letterarie. e proviamo a fare una vera e propria autopsia letteraria di Gabriele D'Annunzio partendo dalle origini perché sin da bambino Gabriele mostra già da giovanissimo un'ambizione fuori dal comune è ancora studente al collegio di

Prato quando a 16 anni pubblica la sua prima raccolta poetica e fin già dall'adolescenza sembra capire che per emergere non basta scrivere poesie, ma bisogna anche riuscire a far parlare di sé. E questa è una conoscenza, questa è qualcosa che non tutti arrivano ad avere nel corso della loro vita, della loro carriera. Allora vi chiedo chi era il giovane D'Annunzio e quanto presto comincia a costruire consapevolmente il personaggio, l'eredità che accompagnerà tutta la sua vita e oltre.

Come hai detto giustamente tu Michele, nella vita di D'Annunzio, e mi piace ricordare per scrupolo che la D si scrive con la minuscola, perché molto spesso si trova con la maiuscola invece, un po' tutto in realtà viene trasfigurato, appunto l'abbiamo detto, perché deve essere eccezionale. Persino la sua nascita, che in realtà è una nascita molto comune, nasce in una casa di Pescara, al numero 116 di via Amantonè, in una casa del centro storico di Pescara, eppure... L'evento della sua nascita viene trasfigurato anni dopo, nel 1882 esattamente, quando racconta a Edoardo Scarfoglio, che era il fondatore del Mattino ed era anche il direttore del Corriere di Napoli, insieme a sua moglie Matilde Serrao, che era nato a

bordo di un brigantino, il brigantino Irene, e lo scriverà anche poi qualche anno dopo, nel 1894, sulla Redoute Paris. In realtà non è vero, l'abbiamo detto. Fa tutto parte della mitografia personale che D'Annunzio deve un po' costantemente costruire. Vediamo un po' chi sono i suoi genitori. La madre era Luisa de Benedictis e suo padre si chiamava Francesco Paolo Rapagnetta D'Annunzio, che tra l'altro era stato più volte anche il sindaco della città di Pescara. Rapagnetta però è una parte di cognome che non viene trascritta nei registri dell'anagrafe di Gabriele perché insomma c'è una storia familiare un po' complessa che all'epoca non era neanche così inusuale. Il nonno di D'Annunzio infatti, Camillo Rapagnetta, il papà di suo papà,

nel 1851 decide di far adottare suo figlio Paolo dalla sorella di sua moglie che si chiamava Anna Giuseppa che non poteva avere figli e non aveva avuti appunto né dal primo né dal secondo marito, che si chiamava Antonio D'Annunzio, che era un ricco commerciante e anche un armatore. E quindi capiamo così l'origine del cognome di Gabriele, appunto D'Annunzio.

La prima formazione di quello che sarebbe diventato il futuro Vate avviene grazie all'opera di due sorelle, che si chiamavano Ermene Gilda e Adele Delgado, che erano estremamente religiose, ai limiti del bigotto, ma che per gusto tutto d'annunziano diventano poi protagoniste di vicende erotiche scandalose in una novella intitolata Le Vergini. Il padre poi decide ovviamente di affidare la formazione e l'istruzione del figlio ad altri precettori, il padre che tra l'altro idolatrava suo figlio che era il primo maschio dopo due femmine e poi sarebbe data una terza sorella.

Lo affida quindi ad altri maestri perché lo preparassero alla missione al ginnasio e già in questo periodo, molto piccolo, molto giovane, D'Annunzio scopre e legge i testi del Rinascimento che sarebbero stati un'ispirazione fondamentale non solo per le sue successive opere letterarie ma proprio per il suo gusto estetico di vita. Arriva poi il momento, come hai accennato anche tu prima, dell'ingresso al Collegio Cicognini di Prato in Toscana, quindi dall'Abruzzo D'Annunzio si trasferisce in Toscana. Il Cicognini nasceva come istituto gesuita, però al tempo di D'Annunzio era già diventato un collegio laico, regolato tra l'altro da una disciplina ferrea molto rigida, con sveglia alle 6 e mezza e

luce spenta alle 21. I voti delle prime prove di ammissione non sono spettacolari, in realtà ci sono dei 6 negli iscritti, un 7 negli orali di italiano, di storia e di geografia. Ma capiamo bene che D'Annunzio non è un tipo che si accontenta e dentro la fine dell'anno già riceve un premio come uno degli studenti migliori. e anche gli anni del collegio nella produzione letteraria successiva assumeranno racconti assumeranno toni leggendari la fonte principale per questo periodo sono una raccolta di racconti e ricordi autobiografici che prendono il titolo di Le faville del maglio che vengono pubblicati tra il 1911 e il 1914 appuntate sul Corriere della Sera D'Annunzio per esempio racconta di aver guidato una rivolta

contro il cibo un po' scadente della mensa con tanto di assalto all'esercito. cucine però ovviamente non sappiamo se sia vero o meno e quello che forse è più realistico è il racconto del modo in cui D'Annunzio perfeziona quasi maniacalmente la sua dizione e perché i compagni, tutti i toscani, lo prendevano in giro per esempio quando declinava in latino, perché aveva per esempio la O molto chiusa, tipica insomma della parlata abruzzese. In realtà poi le origini abruzzesi, un po' la sua indole un po' più primitiva, ritornerà molto cara nelle opere successive appunto di D'Annunzio. D'Annunzio non viene mandato a casa neanche durante le vacanze, il padre vuole che si intoscanisca del tutto e quindi questo fa sì

che cominci già a frequentare personalità piuttosto in vista nell'ambito toscano che appunto gli permettono anche di frequentare i luoghi della cultura toscana gli studi procedono procedono con voti che diventano sempre più alti anche se insomma qualche scivolone c'è sempre qualche brutto voto rimane qualche tre in latino qualche sei in condotta soprattutto nell'anno scolastico tra 1876 e 1877 e in questi anni appunto D'Annunzio ha già deciso un po' l'immagine che di sé vuole costruire iniziano le prime spese per abiti eleganti guanti, sciarpe raffinati oggetti da usare per la tua eletta personale e iniziano anche a bruciare le prime fiamme di una passione che ovviamente è ancora acerba Nella Pasqua del 1877, per esempio, D'Annunzio è in

vacanza e vive quella che definisce l'ora della chimera. Sta visitando il Museo Etrusco, la stanza della sala della chimera è rimasta vuota, questa scultura di bronzo che rappresenta il famosissimo mostro mitologico dalla testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente, ma non è da solo. È con Clemenza, una ragazza più grande di lui di tre anni, lui al momento ne ha 14, più alta di lui, lui non è tanto alto, bionda, amante dei profumi e dei romanzi. In questa stanza vuota lui la bacia appassionatamente e addirittura le morde le labbra, quindi è già un primo incontro diciamo con il gentil sesso. e anche le sei in condotta di quell'anno a scuola sembra un po' potersi ricondurre a queste frequenti intemperanze di quello

che è tutto sommato un adolescente alle prese con le prime scoperte diciamo anche sentimentali, anche amorose. Poco dopo, a ferragosto del 1778, Gabriele che ha quasi 15 anni e mezzo va con un suo amico in un bordello a Firenze. E non ci va certo di nascosto, aveva venduto l'orologio d'oro di suo nonno, quindi aveva anche una certa disponibilità di soldi, ci va in carrozza, lascia un'abbondante mancia al vetturino, entra e inonda appunto con il profumo che si era portato tutto il bordello. E qui fa la sua vera e propria prima esperienza sessuale con una prostituta che costringe a rispondere al nome di Lucrezia. E quella di dare un altro nome alle sue amanti è una costante praticamente di tutta la vita del poeta. Anche Clemenza, la ragazza

della chimera, veniva chiamata Clematide o Malinconia addirittura. Lucrezia ovviamente viene a sua volta trasfigurata in una figura che assomiglia a Medusa, la dea con i capelli di serpente. e nel frattempo vanno avanti ovviamente le letture e D'Annunzio inizia a scrivere. Come anticipavi, Michele nel 1879, un po' sull'onda delle odi barbare di Carducci, D'Annunzio scrive le sue prime poesie, che è deciso a far pubblicare. Resta un po' incerto sul titolo, non sa se periclitazio o odi arci barbarissime, che insomma fa un po' il verso all'opera di Carducci, e ovviamente le avrebbe pubblicate con uno pseudonimo, anche qui è in dubbio tra Fulvio Giovinelli o Albiola Erzio Floro.

Alla fine il titolo diventa Primo Vere e lo pseudonimo solo Floro. La pubblicazione è però un po' complessa perché D'Annunzio non è certo famoso, quindi si impegna suo padre che riesce a trovargli un editore che non è assolutamente prestigioso, che per 500 lire gli pubblica questa prima silloge di 30 componimenti in 500 copie. Il volume ovviamente non soddisfa del tutto Gabriele, lo regala di fatto ai suoi compagni di classe e ai suoi compagni di collegio, e il volume poi arriva anche nelle mani del rettore, che quando legge versi come Seni d'Etere su cui passar le notti e Volutà di Baci, lo vorrebbe spellere dal collegio. ma sarebbe stato uno scandalo e quindi alla fine si prende una semplice ammunizione. Intanto però il volumetto gira, gira anche

fuori da Prato, e arriva anche a ricevere delle recensioni positive. Dalla Toscana riesce ad arrivare anche in Svizzera, mentre Carducci non lo degna neanche di nota, anche se appunto D'Annunzio gli aveva inviato il suo volume. Nell'estate, che precede il suo ultimo anno di liceo, poi D'Annunzio lavora una seconda edizione.

ma questa volta vuole un successo garantito e ha la prima di una serie di lunghissime intuizioni, di tantissime intuizioni geniali. Il volume doveva uscire il 13 novembre e lo stesso giorno la Gazzetta della Domenica di Firenze annuncia che il 5 di novembre, quindi qualche giorno prima, D'Annunzi era morto.

Era morto sul colpo sulla strada di Francavilla cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, così riporta il giornale. Ma non era vero per niente. Nemmeno il padre era a conoscenza di questa trovata, che però sortì l'effetto desiderato. Una grande commozione e un immediato successo. E così Gabriele appunto trascorre l'ultimo anno di liceo, continuando a scrivere, iniziando a collaborare come giornalista letterario con riviste anche discretamente importanti.

A scuola ottiene il grado di comandante della compagnia del Cicognini e conosce anche Elda, che lui poi soprannomina Lalla. che era la figlia del suo nuovo professore di lingue straniere. E finalmente, il 30 di giugno, ottiene la licenza d'onore. E poi, come tantissimi liceali anche oggi, appena finita la scuola, brucia i libri di algebra e di geometria, che evidentemente non erano le sue materie. E

qui si inizia ad intravedere un po' il genio di D'Annunzio, il protagonismo di D'Annunzio, anche se fino a quel momento era... uno studente di una città di provincia come come tanti altri e fa sempre specie immaginare dove potrebbero arrivare alcuni tuoi compagni di scuola voi tra l'altro siete insegnanti nella vita quindi lo sapete meglio di me che elementi dei ragazzi che state plasmando domani potrebbero arrivare ad essere insomma prossimi d'annunzio, i prossimi capi del mondo. Ci sono alcuni sui cui magari non metteresti un centesimo, come magari poteva essere per d'annunzio. Questo a me interessa particolarmente perché si parla sempre della vita degli autori, dei personaggi e quasi come una breve parentesi quando li si sta introducendo. Invece

è bello e interessante andare a capire come si trasforma la vita di quelle persone da una vita normale, appunto da una vita di provincia, in qualcosa che invece cambierà le sorti della letteratura di un paese, in questo caso anche della storia di un paese, mi sento di dire per dannunzio. e come avviene questa trasformazione per me studiando per questa puntata io l'ho individuato con il trasferimento a Roma di D'Annunzio nel momento in cui appunto finisce il liceo e compie 18 anni e va a Roma per studiare un corso universitario che in realtà si trascinerà per lunghissimo tempo quindi ci raccontate come D'Annunzio diventa effettivamente d'annunzio

d'annunzio all'inizio appunto appena dopo la licenza il diploma sembrerebbe volersi iscrivere a Firenze all'università per stare vicino a Elda che è un po' il primo vero grande amore della sua vita Elda che in realtà lui chiamava Lalla quindi bisogna ricordarsi questo doppio nome però già a ottobre del 1881 si sposta a Roma, che è la sua vera meta da quando ha capito di voler diventare d'annunzio, diciamo.

A Roma si stabilisce in via Borgognona, in una camera molto semplice, in un palazzo che è vicino a una casa di tolleranza. Si iscrive alla Sapienza, alla Facoltà di Lettere Filosofiche, ma diciamo che a lezione non ci va quasi mai proviamo a capire un attimo qual è la Roma in cui vive il giovane Gabriele D'Annunzio che poi è anche la Roma che fa da sfondo a uno dei suoi romanzi più famosi il piacere La città è la capitale del Regno d'Italia da poco più di dieci anni, dalla breccia di Porta Pia al 20 settembre 1870, ed è passata da essere capitale dello Stato della Chiesa a capitale di un regno che ha quasi 29 milioni di persone.

La città di Papi diventa una città di politici, affaristi, impresari, speculatori, insomma, tutti vogliono Roma e Roma però ha delle infrastrutture ancora insufficienti per accogliere tutti. È l'epoca dei primi governi postunitari, di destra, poi di sinistra, che fanno un'infatica incredibile a provare a far fronte ai problemi del territorio e del popolo italiano. C'è De Pretis, con il suo trasformismo, che cerca di mantenere il governo, ma alla fine la corruzione dilaga da una parte e dall'altra un po'. Sono gli anni di grandi scandali e di grandi fallimenti, come quello della banca romana, che tra l'altro è descritto molto bene nel romanzo I vecchi giovani di Pirandello. e che diventa appunto un po' la metafora del fallimento di tutti gli

ideali risorgimentali. Sono anni di proteste operaie, di attentati contro il re Umberto, molto autoritario, il governo prova ad allentare la tensione, abolisce la tassa sul macinato, ma ovviamente i soldi da qualche parte dovevano arrivare, quindi vengono inasprite delle altre imposte, come quelle sul consumo, che quindi gravano sugli strati più umili della popolazione. il divario tra nord e sud si approfondisce, il nord è comunque slanciato verso un momento di crescita industriale, mentre il sud arretra, ci sono ancora i latifondisti fondamentalmente. Ed è proprio in questa Roma, una Roma un po' decadente appunto, che arriva D'Annunzio, che però è in gran parte all'oscuro di tutti questi meccanismi.

Lui diciamo che è pronto a conquistare i salotti mondani, le sale da ballo, le sale da concerto, le accademie di scherma, i teatri, le mostre d'arte, le aste pubbliche, le fiere di beneficenza, le battute di caccia, insomma. C'è ancora un aroma un po' gaudente, ecco, che non si cuora tanto delle misere del popolo e che permette ad annunzio di frequentare la società, la high life, come la definiva lui, quando deve ancora compiere vent'anni, quindi è veramente giovanissimo.

Trova però sempre un po' di tempo per scrivere alla sua innamorata che è sempre divina, bella, sacra e santa però che a suo padre non piaceva molto perché appunto suo padre aveva idee grandiose per il figlio e la considerava una sposa un po' troppo umile per lui. Prima di Natale dello stesso anno poi Danunzio l'andrà anche a trovare però poi non andrà a marzo ed Elda appunto lo aspetterà in vano perché non ci va perché D'Annunzio è reduce dai turbini del carnevale romano e ha troppi articoli di cronaca mondana da scrivere per avere il tempo di partire. E D'Annunzio infatti in questo momento scrive, scrive per la cronaca bizantina, che è la rivista di riferimento del decadentismo italiano, e gli articoli di questo periodo sono

i primi esempi un po' di quella che sarebbe stata la sua attività letteraria tra il 1884 e il 1888. quando poi lavora anche stipendiato per la tribuna, è un periodo in cui scrive più di 200 articoli, quindi è estremamente prolifico. Nel 1882 poi firma anche il suo primo vero contratto con un editore molto giovane che si chiamava Son Maruga, che era uno dei primi che pagava bene anche i suoi autori. Il contratto riguardava due opere, Canto Novo e Terra Vergine, e D'Annunzio accetta di ricavare il 15% dalle opere in prosa e il 20% da quelle inversi, scommettendo quindi più sul suo futuro di poeta che di prosatore.

Continua però parallelamente appunto l'attività di giornalista che insomma gli rende abbastanza bene e che cosa scrive? Scrive un po' di tutto con uno stile inconfondibile, un po' un misto di preziosismi da classicista e di vocaboli invece un po' più semplici, più prosaici. Scrive di moda, di letteratura, di filosofia, di mostre, di musica, di convegni e scrive anche molto di sport. Lo sport sarà sempre un po' una sua grande passione. intuendo già un po' che cosa avrebbe affascinato le grandi masse. Scrive per i nobili, per i nobili di Roma, ma anche per i borghesi, che si lasciano ammaliare e sedurre da questo bel mondo un po' patinato, come lo definiremmo noi oggi. E sono anche gli stessi anni in cui la vita, anche soprattutto privata di D'Annunzio,

diventa sempre più avventurosa. Il rapporto con Elda progressivamente si sfalda, e del resto la giovane sapeva benissimo della vita di Bertina che aveva iniziato a vivere Gabriele a Roma e quindi la loro ultima lettera, la lettera di addio, è quella del 23 gennaio del 1883 perché ormai il futuro di D'Annunzio è completamente proiettato in tutt'altra direzione, lo abbiamo capito.

Eh sì, spesso quando si parla di D'Annunzio l'immagine che viene in mente è quella di un Trombert de Femme Anzi, Tombert de Femme, scusate il lassus. Però non è proprio così, perché lui è anche capace di amori che bruciano molto ardentemente, tanto che si sposerà molto giovane, non con Elda, che abbiamo nominato finora, ma con Maria d'Arduino. Avrà tre figli, cosa non scontata per un uomo come D'Annunzio, Nel corso della sua vita vivrà numerose altre relazioni, tra cui quella celeberrima e tormentata con l'attrice Eleonora Tuse. Queste donne che incontra però non appartengono semplicemente alla sua biografia, ma entrano spesso anche nel suo immaginario artistico che abbiamo brevemente raccontato.

E allora io voglio chiedervi che ruolo giocano... le donne, le ville, i cavalli, il lusso, lo sfarzo nella poetica ma anche nella stessa filosofia di vita che poi diventa l'essenza stessa del personaggio di D'Annunzio. Perché lui ha bisogno di tutto questo per esprimersi al meglio secondo voi? Allora penso che per capire

lo stile di vita di D'Annunzio bisognerebbe leggere l'Incipit del Piacere, uno dei suoi romanzi più celebri pubblicato nel 1889. Bisogna fare della propria vita come si fa un'opera d'arte. Ma per capire in modo un po' più approfondito questa frase bisogna allargare un po' lo sguardo al movimento letterario del decadentismo e poi parleremo anche un po' dell'estetismo. Che cosa vuol dire decadentismo e da che cosa nasce questa corrente?

Nasce fondamentalmente in Francia e poi anche in Inghilterra ma arriva anche in Italia da un'insoddisfazione da parte degli intellettuali nei confronti della società borghese, della seconda rivoluzione industriale che stava irreversibilmente trasformando anche i paesaggi e della filosofia positiva con la sua fede incrollabile nella scienza. A essere decadente in realtà non sono le opere di questi poeti, ma la società che questi poeti denunciano e dalla quale si distaccano sempre più nettamente. Per questo abbiamo in Francia il fenomeno tra virgolette dei poeti maledetti alla Verlaine o alla Baudelaire, poeti che si sentono, si considerano degli esclusi, degli emarginati, ignorati da una società che non ha più tempo per

la poesia. perché è troppo impegnata a produrre e a guadagnare. L'estetismo invece si pone più come un clima culturale che viene contestualizzato in Inghilterra dall'epoca vittoriana, un'epoca di austerità, di severità, di grande rigore morale. Ed è così che la letteratura e gli intellettuali decidono di andare controcorrente, come intitola il suo romanzo Wisman, che è un romanzo considerato una bibbia del decadentismo e dell'estetismo, proprio insieme al piacere di D'Annunzio.

Si cerca quindi l'edonismo, la ricerca del piacere, il godimento delle cose belle. E nascono così le figure del dandy, come Oscar Wilde e Dorian Gray, il protagonista del ritratto di Dorian Gray, uno dei romanzi più celebri dell'autore di Dublino. In più, per D'Annunzio, che si pone appunto come un'esteta decadente, Dobbiamo considerare anche l'opera di Nice che D'Annunzio legge e studia tra 1892 e 1893. L'uomo è qualcosa che deve essere superato, scrive Nice, secondo il quale l'intera società occidentale deve essere superata e bisognerebbe per rifarsi a quella componente dionisiaca, spontanea e istintuale che caratterizzava invece l'antica Grecia. D'Annunzio tra l'altro fa proprio conoscere in Italia il super uomo di

Nice e l'opera più famosa del filosofo Così parlo Zaratustra perché ne parla spesso nei suoi articoli e nelle sue prose. anche se in realtà il superuomo l'oltreuomo di Nice viene interpretato da D'Annunzio in un senso profondamente antidemocratico. Il romanzo cosiddetto del superuomo non è tanto il piacere che in realtà finisce con Andrea Sperelli il protagonista e sconfitto perché viene abbandonato da entrambe le donne di cui è innamorato si è innamorato e che avrebbe voluto possedere materialmente come scrive quindi non è questo il romanzo del superuomo quanto piuttosto le vergini delle rocce pubblicato infatti nel 1895 quindi dopo lo studio di Nice. Capiamo quindi il gusto raffinatissimo di D'Annunzio per gli oggetti belli e Aveva solo 23

anni quando D'Annunzio scrive di aver bisogno per istinto del superfluo e questo quindi lo porta costantemente a chiedere denaro soprattutto ai suoi editori. Profumi, begli abiti, tessuti preziosi, ninnoli, arredi, tutto deve essere insuperabile, tutto deve ergersi al di sopra della mediocrità, al di sopra della massa. Ovviamente questo è uno stile di vita anche economicamente insostenibile. e D'Annunzio infatti era fondamentalmente pieno di debiti è vero che guadagnava molto perché guadagnava come giornalista con i suoi articoli guadagnava dal diritto d'autore delle sue opere dalle prime trasposizioni cinematografiche di alcuni suoi libri dalle tragedie che venivano rappresentate e anche dalla pubblicità ricordiamoci che D'Annunzio è stato uno dei primi

pubblicitari faccio solo qualche esempio La Rinascente a Milano i biscotti Saiva, l'amaro Montenegro, tutte trovate pubblicitarie di D'Annunzio. Vinceva anche al lotto e alla lotteria, ma tutto quello che guadagnava veniva speso quasi subito per alimentare questo stile di vita grandioso. A un certo punto D'Annunzio affitta la villa della Capponcina vicino a Firenze, vicino a Settignano, e la arreda con uno stile grandioso. atteggiandosi a principe rinascimentale. Tutto molto bello, ma ci volevano un sacco di soldi. Arriva addirittura ad accumulare 70.000 lire di debito, che sono più di 300.000 euro di oggi, quindi un'enormità. E come D'Annunzio collezionava oggetti raffinati e preziosi, da un certo punto di

vista così colleziona anche donne, donne bellissime. Tenere traccia di tutte le donne amate o anche solo desiderate da D'Annunzio è un'impresa ardua. D'Annunzio padroneggiava conosceva benissimo quella che lui definiva scienza delle donne sapeva come corteggiarle sapeva farle sentire le elette le prescelte sapeva anche come gestire più relazioni contemporaneamente scrivendo per tranquillizzare una mentre magari prendeva accordi per incontrare l'altra quindi insomma una figura a dir poco ambiguo anche da questo punto di vista e l'abbiamo detto d'annunzio ebbe tre figli e che non gli diedero in realtà grandi soddisfazioni dalla moglie, sposata tra l'altro con un matrimonio riparatore di fatto. Ebbe poi una figlia renata, adorata invece

da D'Annunzio, al di fuori del matrimonio da Maria Gravina, una nobile siciliana che poi darà il tormento a un certo punto a D'Annunzio. Ma sicuramente una delle relazioni più famose di D'Annunzio fu quella con la grande attrice di teatro Maria, Eleonora Duse, un poco più grande di lui e tra l'altro il busto dell'attrice divina si può ancora vedere oggi nell'officina, cioè lo studio di D'Annunzio al Vittoriale.

È quella che viene chiamata testimone velata perché D'Annunzio quando scriveva, appunto per non lasciarsi distrarre, la teneva coperta con un velo di seta. Eleonora Duse si può senz'altro riconoscere in Ermione, la donna protagonista della pioggia nel Pineto, una delle poesie più celebri di Alcione, che è una delle sezioni delle Laudi di D'Annunzio, pubblicata nel 1903. Nella poesia abbiamo questa scena molto sensuale, siamo in una pineta sotto una pioggia estiva e il superuomo D'Annunzio sembra quasi perdersi nella natura, fondendosi panicamente con essa insieme alla donna amata. E sotto questa pioggia, che è una sorta di battesimo pagano, entrambi vanno incontro a questa metamorfosi che li trasforma in creature

del bosco. Ma Eleonora Duse in questo gioco di intrecci tra vita e letteratura è anche la foscarina del romanzo Il Fuoco, pubblicato nel 1900 e ambientato a Venezia, proprio dove Gabriele e Eleonora si erano ritrovati. Il fuoco del titolo è il fervore della creazione artistica. Il protagonista si chiama Stelio Effrena, Effrena senza freni, ed è uno scrittore che, proprio come d'annunzio, disprezza la folla e vive un amore turbolento con Foscarina, che appunto è un'attrice un po' più vecchia di lui, esattamente come la Duse. E proprio come la Duse, Foscarina a un certo punto verso la fine del romanzo spinta dalla gelosia per rivali più giovani sceglie di partire di allontanarsi di andare via per una tournée

questa libertà sessuale di dannunzio lo esponeva però drammaticamente anche ai rischi delle malattie venere come la sifilide di cui deve aver sofferto nel 26 e poi ancora nel 27 al vittoriale arriva la pittrice polacca tamara dell'empizca che vorrebbe ritrarre d'annunzio, perché insomma sarebbe un grande passo nella sua carriera.

Ilvate chiaramente la corteggia serratamente, le regala un bellissimo braccialetto, ma non c'è verso, lei da filo da torcere e non cederà mai. Il biglietto che lascia è molto eloquente. Scrive la pittrice ad annunzio, lei mi capisce, ho un marito giovane e non vorrei portargli un simile regalo. riferendosi evidentemente proprio alla sifilide. A questo punto io lascerei però la parola a Valentina che ci spiegherà alcuni dettagli che ci torneranno poi molto utili per capire un po' il quadro clinico generale di Gabriele D'Annunzio nel momento della sua morte.

Eh sì, perché la sifilide è conosciuta nel tempo come lue o morbo gallico o male francese, È una malattia che ha attraversato i secoli lasciando un'impronta indelebile nella cultura e anche nella letteratura. Però adesso mettetevi comodi che iniziamo un pochino dal microscopio. Allora, l'agente ziologico della sifilide è un batterio, è il Treponema pallidum ed è fatto come una spirale o aelica. È stato identificato per la prima volta intorno al 1905 insomma e diciamo che viene definito come un parassita umano obbligato cioè deve stare nel nostro corpo per poter vivere. Come avviene questo contagio? Il contagio avviene principalmente attraverso il contatto diretto con lesioni infette durante rapporti sessuali genitali, orali o anali. Bastano microferite della pelle

per creare un varco che il batterio sfrutta per entrare nel nostro corpo. Ma la malattia però può anche trasmettersi per via verticale, cioè dalla madre al feto attraverso la placenta, oppure tramite contatto diretto con sangue infetto. Una volta che il batterio è entrato nel nostro corpo, il decorso clinico ha circa quattro fasi ben distinte, che sono appunto lo stadio primario, il secondario, il terziario e poi il terminale quarto.

Per quanto riguarda lo stadio primario, è un periodo che va dai 10 ai 90 giorni, come incubazione e compare nel punto di inoculo la prima lesione caratteristica che si chiama sifiloma, cioè che cos'è? È un piccolo nodulo che si trasforma rapidamente in un ulcera rotondeggiante di colore rosso scuro rosaceo che però non dà altra sintomatologia e molti non si accorgono neanche di averlo perché la lesione regredisce e cicatrizza spontaneamente entro tre o sei settimane, ma la scomparsa del sifiloma non significa guarigione, La malattia sta solo prendendo la rincorsa. Infatti, dal punto di vista della patogenesi, non appena il treponema pallidum penetra attraverso la cute raggiunge i linfonodi periferici e lo fa in pochissime ore. Da

qui si mette nel flusso sanguigno disseminandosi rapidamente in tutto l'organismo. L'ospite reagisce scatenando una potente risposta immunitaria guidata dai linfociti e dai macrofagi. E questo già dovrebbe bastare per debellare la malattia. ma invece no. Infatti il batterio della sifilide possiede particolari molecole sulla sua superficie che lo rendono invisibile al sistema immunitario. Quindi il treponema pallidum può restare indisturbato nel nostro organismo anche a vita, probabilmente come nel caso di dannunzio. Ora probabilmente lui ha vissuto tutte le fasi della sifilide perché allora non c'era la cura, perché ci vuole un Ci vuole un antibiotico e a quel tempo la pillicillina non era ancora disponibile, quindi D'Annunzio avrà fatto

sia lo stadio secondario, sia il terziario, sia l'ultimo. Quindi nello stadio secondario si sarà riempito con un'eruzione cutanea di macchia rosate, simmetriche e non pruriginose, con febbre maldivide. di gola e dolori ossei, solo che sono sempre sintomatologie che scompaiono in poche settimane. E poi, e poi sarà arrivato nello stadio latente, cioè una fase di silenzio clinico. Sintomi scomparsi, test seriologici, se fatti, rimangono però positivi, ma lui non poteva farli. E quindi che cosa succede? Succede che in quel periodo sembra guarito, ma in realtà non è vero.

Infatti senza un trattamento adeguato, cioè un terzo dei pazienti può sviluppare a distanza di 3 o 30 anni anche le forme terziarie della malattia. Io penso che Danuso se la sia portata dietro proprio fino alla fine. Qual è il problema? Il problema è che Questo batterio va ad attaccare tutti i tessuti ma principalmente c'è un interessamento cardiovascolare perché l'infezione aggredisce vasi sanguigni provocandone un grave danneggiamento. Abbiamo delle fonti che ci dicono che in realtà c'è stato un medico che l'ha curato appositamente per la sifilidi ed è il dottore Cristofolini, che era una figura di spicco, un ex combattente volontario alpino, medaglia d'oro, medaglia d'argento al valore militare, ma soprattutto era un luminare specializzato in dermosifilopatia

per i tempi. Siamo nel 1936 e Cristofolini si occupò della salute dermatologica venerea del poeta, proprio aiutandolo a gestire e curare i fastidiosi e dolori sintomi delle affezioni cutanee che ormai erano nella fase ultima, terminale. Quindi come veniva trattato? Ecco, come veniva trattato diciamo che c'erano diversi trattamenti più che altro per disinfettare. Per esempio c'era... abbiamo il mercurio, l'arsenico o il bismuto. Alcuni erano altamente tossici, quindi diciamo che erano più pericolosi che altri, però possiamo dire che questo era il trattamento per limitare i danni.

Fino a qui abbiamo visto un personaggio, un'esteta, un uomo che amava vivere la vita al massimo, Insomma, senza social media era un po' più facile avere queste relazioni multiple e se lo faceva con i suoi creditori, figurati se non riuscisse a farlo anche con le sue amanti. Quindi questo non mi sorprende. Quello che invece a me interessa da questo momento in poi è il momento di transizione nella quale D'Annunzio... passa dall'essere appunto questo poeta che abbiamo raccontato, come tanti altri di fine Ottocento, alla Baudelaire, per essere brevi, per farvi capire, anche se so che ci sarebbero molte più sfaccettature, ad essere invece una figura importante anche nell'evoluzione politica dell'Italia e dell'Europa, di quello che era l'inizio, del

nuovo secolo, dell'inizio del Novecento e lo fa attraverso, sfruttando un'occasione che è l'occasione appunto della prima guerra mondiale, D'Annunzio ha già superato i 50 anni, è uno degli scrittori italiani più famosi, si è fatto insomma le ossa, si è creata una base solida torna dalla Francia e decide di partecipare alla campagna interventista prendendo parte personalmente al conflitto nel quale rimarrà gravemente ferito in un incidente aereo nel 1916 perdendo almeno temporaneamente poi vedremo nel dettaglio l'uso di un occhio quindi a volte lo vediamo rappresentato con la bandana da pirata che secondo me contribuisce a fargli farmeare ulteriore aura più di quanta già ne avesse in abbondanza

e questo incidente perché lui voleva partecipare a quello che poi diventerà il movimento interventista e con questi aerei da combattimento volava su Trieste rilasciando tonnellate di volantini che dicevano resistete stiamo venendo a liberarvi. Poi sappiamo come andrà a finire, insomma, la prima guerra mondiale per l'Italia, con un sapore assolutamente agrodolce, ma io voglio sapere, intanto di questo incidente, visto che siamo sempre all'interno di autopsie letterarie e so che voi siete delle esperte in questo senso, soprattutto Valentina, ma cosa spinge uno scrittore già celebre come D'Annunzio a cercare personalmente di l'adrenalina, il pericolo della guerra e a mettersi in qualcosa di torbido e di turbolento come la politica?

In realtà D'Annunzio era già entrato in politica perché nel 1897 viene eletto deputato per il partito dei conservatori vicino agli ambienti di destra riesce a vincere le elezioni nella circoscrizione dell'Abruzzo appunto della sua terra L'origine però in realtà a Montecitorio non va mai fondamentalmente, non prende mai neanche la parola. Era però ben contento di avere anche quel ruolo di prestigio, di essere in vista. Quando sta per scoppiare la Prima Guerra Mondiale, lo sappiamo tutti, in Italia scoppia un anno dopo rispetto al resto d'Europa, C'era un grande entusiasmo nell'aria, noi facciamo fatica a capirlo, per fortuna insomma, noi abbiamo l'articolo 11, una costituzione nel quale si dice

che l'Italia ripudia la guerra, ma al tempo in realtà c'era una grande area di cambiamento, i scioperi, le proteste e quindi si guardava con grande entusiasmo appunto anche alla prospettiva di una guerra mondiale. e del resto D'Annunzio scrive che la guerra dona infallibilmente o la morte o la gloria, e quindi è ben conscio dei rischi a cui va incontro, ma fa parte dell'estetica del superuomo, bisogna essere al di sopra delle masse, bisogna fronteggiare i pericoli anche più grandi, e quindi è ben contento quando il 24 maggio viene dichiarata guerra all'Austria. D'Annunzio si congeda dalla dolce vita romana e indossa l'uniforme, che porta sempre con il suo stile inconfondibile, anche se ormai l'età è avanzata. D'Annunzio diventa aviatore, figuriamoci

se non vuole provare l'ebrezza dell'aereo, espressione per eccellenza di modernità e virilità. Il primo volo, viene raccontato nei suoi tacquini, è un'esperienza unica, con il battito cardiaco accelerato e il pericolo della morte imminente per il fuoco nemico. Ma il Vate e il pilota dell'aereo Giuseppe Miraglia non perdono mai il controllo. Qualcosa però va storto il 15 gennaio del 1916.

Stanno tornando da Trieste, D'Annunzio e il pilota dell'aereo sul quale vola, stanno volando sopra grado quando il pilota deve ammarare, forse per un guasto del carburatore. probabilmente a causa della rifrazione dei raggi del sole sull'acqua il pilota non riesce a evitare un impatto molto violento ed Annunzio colpisce la mitragliatrice anteriore ferendosi alla tempia e all'occhio destro rimane nell'immediato cieco ma non dice nulla in realtà perché non vuole scalfire la sua immagine superomistica Qualche giorno dopo però si accorge, guardandosi allo specchio, che non riusciva a vedere nient'altro che la sua fronte, quindi chiamano immediatamente il medico, che era a distanza carvignano, appunto vicino al campo dell'aviazione, che gli

diagnostica il distacco della retina e la conseguente perdita della vista dall'occhio destro, mettendo tra l'altro in pericolo il sinistro. Tannunzio dovrebbe rimanere immobile per almeno due mesi, ma figuriamoci, immediatamente si fa portare in auto a Venezia nella casetta rossa che era la sua piccola ma ovviamente raffinatissima residenza sul Canal Grande e viene accudito dalla figlia Renata che era nata fuori dal matrimonio ed era la sua figlia prediletta.

Qui scrive il famosissimo notturno su dei cartigli sottilissimi, delle striscioline di carta che gli permettono di scrivere anche attraverso le bende. Lui dice che sono 10.000 cartigli, in realtà erano 2.500 e poi l'opera viene rivista e rimaneggiata qualche anno dopo per la pubblicazione del 1921. Qui troviamo un dannunzio tra l'altro molto meno enfatico e molto meno retorico che nei romanzi e negli articoli precedenti. Adesso è diventato l'orbo veggente e si ritrova a chiamare fratelli gli altri soldati feriti che erano ricoverati con lui a Cervignano. con dei toni lirici quasi che ricordano un po' quelli dell'altro grande poeta soldato della Prima Guerra Mondiale, ossia Giuseppe Ungaretti.

Io però adesso lascerei la parola a Valentina. che analizzerà per noi dal punto di vista scientifico la patologia oculare di Danunzio, cioè cosa è successo a Danunzio e perché appunto diventa l'orbo veggente.

Sì, dobbiamo iniziare pensando che l'occhio è la nostra finestra sul mondo. La vista infatti è la più importante via conoscitiva per la mente. La vista è il più evoluto dei nostri cinque sensi. L' 85 % delle nostre informazioni derivano proprio dalla vista, pensate i giornali, libri, internet. Tutto il resto deriva dagli altri quattro sensi. Ma come è fatto un occhio? Come funziona? Beh, possiamo paragonarlo ad una straordinaria macchina fotografica. Sì, perché c'è tutto il necessario per mettere a fuoco e per catturare le immagini come su una pellicola.

Prima facciamo una breve panoramica dal punto di vista anatomico. L'occhio ha una forma sferica, leggermente schiacciata, ed è collocato all'interno della cavità orbitaria del cranio. Il bulbo oculare è protetto da tre strati protettivi concentrici, che si chiamano tonache, e sono tre, proprio come i tre rivestimenti del nostro cervello.

La più esterna è chiamata fibrosa, essendo esterna ha la funzione di proteggere e se voi vi guardate la potete riconoscere perché è la parte bianca dell'occhio. La tonaca fibrosa è nella regione anteriore, forma la cornea, che è una lente trasparente. Lo strato del mezzo è la tonaca invece vascolare o anche detta uvea, tenete ben presente questo nome perché dopo ritornerà nella storia di dannunzio. Questa tonaca è cioè l'uvea, è ricca di vasi sanguigni e anche pigmentata perché ha il compito di nutrire la retina esterna e assorbire la luce. La parte anteriore dell'uvea forma l'iride che è fatto dalle cellule muscolari pigmentate che sono come un vero diaframma della macchina fotografica, per intenderci è la parte

che noi dell'occhio abbiamo colorata, quella azzurra, verde, castane eccetera. e al centro c'è l'iride, un foro centrale. Quella parte nera in mezzo agli occhi invece è la pupilla che è dal punto in cui entra la luce. L'ultimo strato dell'occhio, quello più interno invece, è costituito dalla retina, quella invece non la vediamo, è fatta da terminazioni nervose e vasi sanguigni ed è proprio sulla retina che i segnali luminosi diventano impulsi elettrici. All'interno dell'occhio, subito dietro l'iride colorato, c'è il cristallino. Il cristallino è fatto come una lente biconvessa, trasparente ed elastica. Infatti può variare la sua curvatura per garantire la messa a fuoco di oggetti vicini e lontani. Ora,

per capire brevemente come si crea un'immagine, dobbiamo seguire il percorso della luce. Allora, la luce rifratta dagli oggetti attraversa la cornea, la pupilla, e va sul cristallino per poi focalizzarsi in fondo all'occhio sulla retina. Quindi tornando al paragone della macchina fotografica possiamo dire che la cornea e il cristallino sono vere e proprie lenti analoghe all'obiettivo della macchina fotografica che servono a mettere a fuoco sulla retina i raggi luminosi provenienti dall'esterno. La retina invece che tappezza all'interno dell'occhio ha la stessa funzionalità della pellicola della macchina fotografica perché lì forma le immagini Queste immagini poi, grazie al nervo ottico, raggiungono il cervello e vengono riconosciute, catalogate e memorizzate.

Attenzione che poi dopo abbiamo sulla retina due tipi di fotorecettori, cioè i coni e i bastoncelli. Abbiamo i coni che servono per le condizioni di forte luminosità e servono per la percezione dei colori. Poi ci sono i bastoncelli che sono molti di più dei coni e sono distribuiti nella periferia della retina. I bastoncelli sono estremamente sensibili alla luce crepuscolare e non percepiscono i colori. Gestiscono la visione notturna consentendo di percepire i movimenti, le forme il bianco e il nero e di orientarsi nello spazio periferico. Fate conto che per adattarci completamente al buio i bastoncelli hanno bisogno fino a 25 minuti di tempo. Ora però torniamo all'incidente di dannunzio. I bollettini medici, come avete punto Sabina, dicono

che c'è stato un distacco della retina, ma più specificatamente hanno riportato una ferita lacero- contusa dell'arcata sopraccigliare destra e un trauma contusivo al bulbo oculare destro. Ora, il poeta all'inizio ha cercato di sminuire l'evento, però ormai il danno e la perdita all'occhio destro era ormai irreparabile, ok? In più, non volendo dare peso a questo incidente, ha continuato a volare e questi atti motori hanno ulteriormente staccato la retina.

In più hanno generato un'emorragia nell'occhio destro. Questo ha praticamente causato una perdita totale del campo visivo con la morte funzionale del nervo ottico destro. Quindi da lì a pochi giorni inevitabilmente l'occhio destro per dannunzio è andato perso. Il dato poi è che a cinque giorni dal trauma sono poi emersi dei dolori e delle lesioni anche all'occhio sinistro, l'occhio adelfo, quello che invece era ancora funzionante. Le fonti riportano che si trattava di oftalmia simpatica, cioè una forma di infiammazione dell'uvea, ve la ricordate la membrana uvea, la seconda tonaca dell'occhio, e questo è un evento che può accadere in conseguenza di un forte trauma penetrante all'occhio. Quando

un occhio, per esempio in questo caso quello di Danunzio, l'occhio destro, subisce un trauma talmente violente e perforante, i tessuti oculari entrano in contatto con il sangue. Il corpo a questo punto non è in grado di riconoscere questi tessuti e inizia a produrre anticorpi che gli attaccano. Quindi gli anticorpi hanno iniziato ad attaccare anche l'occhio sano generando proprio l'uveite che di solito è di tipo anche autoimmune proprio perché il corpo li attacca da solo. Quindi se si infiamma l'uvea non si riesce a garantire l'apporto corretto di nutrienti alla maggior parte delle strutture oculari e se non viene curata porta praticamente a un'altra cecità. Quindi in questo momento d'annunzio rischiava di essere cieco dall'occhio buono e

completamente cieco dall'occhio destro. Quindi D'Annunzio doveva essere oggi avrebbe dovuto sottoporsi a un intervento d'urgenza per l'occhio destro per evitare il distacco totale della retina e salvarsi la vista e contestualmente gli avrebbero dovuto somministrare antinfarmatori come un cortisone per l'occhio sinistro per abbassare la risposta immunitaria di attacco del proprio corpo. però dovete sapere che il cortisone è stato isolato soltanto nel 1949 da Henk che poi ha vinto nel 50 il Nobel e quindi molto dopo le necessità di dannunzio, quindi le possibilità erano poche e quindi i dottori Orlandini, Albertotti, Cirincione e Landol hanno preso in carico dannunzio e gli hanno messo a disposizione gli unici

mezzi che avevano per il tempo, cioè immobilità assoluta, posizione supina, bendaggio bioculare totale e buio completo proprio nella casetta rossa a Venezia, come ha detto Sabina. Perché? Perché il buio non stimola i recettori della retina. non stimolandoli favorisce la guarigione perché il sistema immunitario smette di attaccarli perché non sono stimolati quindi il riposo assoluto e l'immobilità effettivamente era l'unica strada percolibile poi parallelamente gli hanno somministrato anche qui per togliere la grande emorragia gli hanno applicato delle sanguisughe e ascessi indotti cioè vennero applicate le sanguisughe nella regione temporale destra e indotto un ascesso locale con l'intento clinico

appunto di riassorbire il versamento ematico abbassando la risposta infiammatoria prodotta appunto dal corpo di D'Annunzio. Alla fine del periodo di riposo che deve essere per forza lungo perché le malattie infiammatorie hanno un decorso molto lento, si è salvato l'occhio sinistro da cecità totale, è vero, però il lo stato infiammatorio di quei mesi lo aveva comunque danneggiato quindi l'occhio sinistro rimase sempre segnato da cicatrici soprattutto all'interno dell'iride l'iride è la parte che noi abbiamo colorata di struttura delle cellule muscolari che appunto si contraggono e si dilatano quindi non è la pupilla che si dilata ma è l'iride e quindi significa che se noi immaginiamo come una macchina fotografica per d'annunzio il suo diaframma non funzionava molto

bene quindi non riusciva a chiudersi molto in presenza di tanta luce e ad allargarsi molto in condizioni di scarsa luminosità. Quindi D'Annunzio resterà a vita con una marcatissima fotosensibilità e fotofobia dall'occhio sinistro.

Io credo che l'esperienza della guerra abbia decisamente cambiato D'Annunzio e oltre l'episodio dell'incidente che gli è costato un occhio. lui sotto questo punto di vista non dico che si radicalizzi però si convince sempre di più che l'Italia merita qualcosa di più, qualcosa oltre quello che l'era aspettato dopo la vittoria della prima guerra mondiale e quindi nel settembre del 1919 decide di guidare dei volontari e anche dei militari verso fiume e di prendere il controllo della città dove resterà fino al dicembre del 1920 e da quell'impresa nascerà anche la reggenza italiana del Carnaro con una propria carta costituzionale addirittura elaborata insieme ad Alceste de Ambris e allora vi chiedo che cosa voleva davvero ottenere D'Annunzio con

questa impresa impossibile possiamo dirlo oggi e che tipo di esperimento politico e anche sociale diventa quella città durante il suo governo?

L'incidente di D'Annunzio che appunto ci è stato così dettagliatamente spiegato anche nelle sue conseguenze sulla vista del VATE Non smette però, non fa smettere d'annunzio di dare prova di grande eroismo. L' 11 febbraio del 1918 abbiamo la famosissima, celeberrima Beffa di Buccari con tre mass, tre motoscafi memento audere semper, ricordati di osare sempre, partiti da Venezia, arriva nella Baia di Buccari sulla costa croata in una notte senza luna e vengono lanciati dei siduri che in realtà restano vengono bloccati nella rete di protezione ma D'Annunzio lascia galleggiare sull'acqua tre bottigliette legate da un nastro tricolore con un messaggio tutto dedicato agli austriaci in onta della cautissima flotta austriaca

arriva però il momento della resa della fine della prima guerra mondiale il 4 novembre del 1918 l'Austria si arrende, D'Annunzio ha ricevuto una medaglia d'oro, passa il grado di tenente colonnello, ma senz'altro non è un uomo di pace. Che farò se scoppia la pace? Si chiedeva nella sua dimora veneziana. La risposta fu Fiume. Fiume, una città tra Istria ed Almazia, di quasi 50.000 abitanti all'epoca, che per lo più parlavano in italiano, ma in realtà la città era animata da un forte multiculturalismo. Era retta da due consigli nazionali, uno italiano e uno croato, ed entrambi rivendicavano l'annessione alle rispettive patrie. D'Annunzio ha fiuto e si inserisce esattamente in queste tensioni, con i suoi discorsi e i

suoi gesti eclatanti. La sacra entrata a fiume avvenne in modo incruento il 12 settembre del 1919, alle 11.45 del mattino. D'Annunzio aveva provocato platealmente il generale Pittaluga, che era in comando a fiume, addirittura l'aveva sfidato a ucciderlo, ma Pittaluga, che era discendente di Garibaldini, non avrebbe mai sparato su degli italiani. E così, al comando di D'Annunzio, l'autoblindo si fece strada tra i carabinieri schierati. L'impresa fiumana era iniziata e sarebbe durata fino al 24 dicembre dell'anno successivo. D'Annunzio voleva così rimediare alla cosiddetta vittoria mutilata della Prima Guerra Mondiale e fare pressioni sul governo Nitti che, dal canto suo, da una parte prese pubblicamente le distanze dall'impresa definita la

prima sedizione dell'esercito italiano, ma al contempo incaricò la Croce Rossa di garantire sempre un minimo di rifornimento ai fiumani. C'era tra l'altro anche la speranza che la situazione di fiume preoccupasse le altre potenze europee riunite a Versailles per le trattative di pace. D'annunzio tra l'altro prese di mira anche Mussolini, che secondo lui era colpevole di sostenerlo più a parole che a fatti, dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi, gli chiede provocatoriamente in una lettera che invia al popolo d'Italia il giornale di riferimento di Mussolini.

Mussolini fa buon viso a cattivo gioco, e raccoglie con una sottoscrizione 3 milioni di lire, tantissimi soldi, per Fiume. Ma in realtà per lui quell'impresa era solo il primo passo di un piano sovversivo nei confronti dello Stato, di cui però solo lui, senza D'Annunzio o altri personaggi o altri protagonisti, doveva essere attore e regista. D'Annunzio però vuole fare di Fiume anche qualcosa di più. Vuole trasformare Fiume in un laboratorio politico e sociale, un esperimento per qualcosa di nuovo. Per questo chiama Alceste de Ambris, uno dei capi del sindacalismo rivoluzionario e un personaggio che aveva ispirato molte rivolte operaie. Dalla loro collaborazione nasce il Fiumanesimo. Fiume deve diventare il punto di riferimento per tutti i movimenti separatisti,

per tutti i popoli che si sentono vittima di ingiustizia. in Egitto, Irlanda, Belgio, Croazia, Montenegro, Slovenia, Ungheria. Ispirata a questi principi nacque la Carta del Carnaro, la costituzione della reggenza italiana di fiume. Questo è un testo incredibilmente moderno, quasi avveniristico. Libertà di stampa, parola, religione, parità dei sessi, laicità dello Stato, elegibilità di ogni cittadino, donne comprese, al compimento del ventesimo anno. tutela delle minoranze, istruzione elementare gratuita e migliori condizioni, anche salariali, per i lavoratori. Questa carta, che si ispirava un po' all'atmosfera dell'Italia comunale da cui aveva preso avvio il Rinascimento, venne promulgata ufficialmente il 30

di agosto del 1920, ma in realtà l'esperienza fiumana così vivace nelle idee di D'Annunzio stava per terminare. Anche i rapporti con Mussolini, che ora deve scegliere pubblicamente da che parte stare, si incrinano. A Trieste, De Ambris incontra Mussolini per organizzare la marcia d'Annunziana su Roma, per sollevare tutto il regno. Ma il futuro duce rifiuta di mettere a disposizione i suoi fasci e, anzi, fa arrivare a Giolitti notizia dei piani d'Annunziani. Il 12 di novembre è ormai chiaro che Mussolini non è più dalla parte del Vate.

Mussolini appoggia infatti il Trattato di Rapallo, che definisce i confini orientali del Regno d'Italia. Ad annunzio resta solo l'appoggio dell'elite culturale. A fiume infatti arriva il laboratorio galleggiante della nave elettra di Guglielmo Marconi, che vuole installare una radio per permettere al comandante d'annunzio di parlare al mondo, e a novembre Arturo Toscanini dirige un concerto di beneficenza dell'orchestra della Scala. Nel clima di perenne esaltazione e che regnava a fiume, compare però anche la cocaina. Alcuni scrittori che avevano partecipato all'impresa fiumana scrissero che a fiume c'era davvero di tutto, anche appunto la cocaina, che nasceva, che si era diffusa diciamo come eccitante soprattutto nell'ambiente degli avviatori, quindi

un ambiente molto frequentato da dannunzio. E quindi anche il vate inizia a farne uso, entrando in una spirale di dipendenza da cui non uscirà più e vedremo poi Questo che conseguenza avrà per il decorso, diciamo, del quadro clinico di D'Annunzio. Il 24 dicembre però a Fiume finisce tutto. D'Annunzio aveva respinto l'ultimatum del governo italiano. All'ora di cena, mentre tutti sono impegnati a festeggiare nelle case, fanno irruzione le truppe dell'esercito regolare, che hanno vittoria facile sui legionari fiumani.

È il cosiddetto Natale di Sangue.

Mussolini non interviene in nessun modo. Quando Mussolini nel 1922, quindi due anni dopo Fiume, conquista il potere in Italia, anzi si va a prendere il potere in Italia, Tannunzio rappresenta un elemento delicato perché da un lato è un grande eroe nazionalista italiano, un patriota potremmo chiamarlo, dispone di un seguito bastissimo di una grande popolarità e ha già inventato una parte del linguaggio politico di cui il fascismo si stava proprio appropriando. Quindi il regime gli concede onori, gli concede finanziamenti, riconoscimenti, ma allo stesso tempo lo parcheggia lontano da un ruolo politico autonomo quindi gli dice pat pat sulla spalla sei stato bravo però mettiti da parte che decidiamo noi e quindi il rapporto tra Mussolini ed

Annunzio rimarrà segnato sempre da una grande diffidenza reciproca e allora vi chiedo come va interpretato davvero questo rapporto e Il fascismo in generale, per dannunzio, senza trasformarlo né in un semplice padre ideologico, del regime né invece all'opposto in un antifascista cosa che possiamo dirlo non fu.

C'è un aneddoto che secondo me descrive molto bene la relazione tra Mussolini e D'Annunzio Nel maggio del 1925 Mussolini torna al Vittoriale per andare a trovare D'Annunzio che vive lì dal 1921. All'ingresso della prioria ancora oggi ci sono due porte, una per gli ospiti cosiddetti graditi e una per gli ospiti sgraditi. Questa seconda porta conduce in una stanza molto raffinata ovviamente come tutto il Vittoriale detta del mascheraio.

dove si trovano specchi e una biblioteca molto fornita. Qui devono aspettare gli ospiti sgraditi, e qui tra l'altro entrano ancora oggi i visitatori del Vittoriale. E per ingannare il tempo possono farsi un esame di coscienza allo specchio o magari invece leggere un po'. Ed è proprio qui che Mussolini attese due ore, nonostante proprio lui avesse in larga parte finanziato il restauro della villa, anche un po' per tenere D'Annunzio impegnato e lontano dalla scena politica. Il duce poi si fermò tre giorni, fece un giro sul lago a bordo del mass di Buccari e insieme a D'Annunzio inviò un telegramma di fedeltà al re. Nel novembre poi dello stesso anno, il 25, D'Annunzio collabora con Mussolini alla

stesura di una nuova legge sui diritti d'autore, che vengono estesi a 50 anni dopo la morte dell'autore. Ma al di là di queste collaborazioni, ad Annunzio non piacque mai la demagogia dei gerarchi fascisti. Rimase sempre al di là del bene e del male, come aveva scritto di sé nell'ormai lontano 1897, quando si era candidato per la prima volta in Abruzzo. Non si iscrisse mai, tra l'altro, al partito fascista e, d'altra parte, nemmeno si spese mai per la causa antifascista. Proviamo a vedere cosa accadde invece tra i legionari di fiume, che erano stati uniti da un forte senso di comunanza e di valori. Anche loro prendono strade molto diverse durante il ventennio fascista. Alcuni aderiscono entusiasti

al fascismo, altri invece lo combattono, come Alceste de Ambris, l'autore insieme, l'ispiratore, l'autore insieme ad Annunzio della carta del Carnaro. De Ambrisi infatti si esiliò in Francia e proseguì da lì la sua lotta antifascista, fino alla morte avvenuta nel 1934. Per chiudere, se vogliamo, con un altro dispetto, vediamo invece il dispetto fatto da Mussolini ad Annunzio. Il duce infatti decise di firmare i patti lateranensi, che d'Annunzio non condivideva forte della sua visione laica dello Stato, in una data non scelta a caso, l'11 febbraio 1929, lo stesso giorno tanto caro ad annunzio per l'impresa di Buccari e di Fiume.

Ma ormai d'annunzio è quasi come confinato al vittoriale, avviato verso la parabola finale della sua vita.

L'impresa di Fiume diciamo che rappresenta un po' il capitolo penultimo, della vita di D'Annunzio perché dopodiché lui si ritirerà nella sua villa e nel corso degli anni la trasformerà in quello che oggi conosciamo come il vittoriale degli italiani ovvero non soltanto una casa ma un enorme spazio, ripeto, di libri, di oggetti, di simboli, di reliquie legate poi alla sua produzione letteraria e alle sue imprese militari. Io vi invito a visitarlo se non l'avete mai fatto perché è un posto veramente impressionante. E quindi anche nella vecchiaia D'Annunzio continua a intervenire sul modo in cui la propria vita dovrà essere ricordata e in qualche modo ci riesce. Se per tutta la vita aveva cercato di trasformare se stesso in

un'opera d'arte, con il Vittoriale secondo me compie la sua... il suo apice. Allora che cosa ci racconta questo posto dell'immagine definitiva che D'Annunzio cerca di cristallizzare per poi lasciarla ai posteri?

Il Vittoriale è un tutt'uno con D'Annunzio, è un luogo a dir poco unico nel suo genere. La villa era appartenuta a un critico d'arte tedesco ed era stata confiscata dopo la fine della prima guerra mondiale. È in realtà un complesso di edifici, Ci sono un parco, delle fontane, delle piazze, tempietti, roseti, corsi d'acqua. Niente meno che una nave da guerra conficcata nella collina, è il torpediniere Puglia della Regia Marina, che si era distinto durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. Ci sono il motoscafo MAS di Buccari e l'aereo del volo su Vienna. C'è il mausoleo di D'Annunzio, che si erge su una vista spettacolare sulla parte bresciana del lago di Garda. È lì che riposa il Vate, alla maniera degli imperatori romani, circondato dalle urne

di dieci eroici amici. Il Vittoriale, che sin dal 1923 d'annunzio lascia in dono al popolo italiano, è la sintesi di tutte le sfumature poliedriche del Vate. Gli stili si mescolano e si influenzano tra loro a vicenda. Medioevo, Rinascimento, Belle Epoque, elementi orientali, rimandi al mondo pagano e al mondo cristiano. C'è la stanza del lebroso, dove colpisce l'attenzione un letto in legno, stretto e semplice, che può sembrare allo stesso tempo una bara o una culla. Qui D'Annunzio si ritira negli anniversari per lui più importanti. C'è una statua di San Sebastiano, sui cassettoni del soffitto sono rappresentati simboli del martirio di Cristo, e poi riferimenti alle figure di sante cristiane, Santa Caterina da Siena, Giuditta di Polonia,

Elisabetta d'Ungheria e tante altre. Ma ci sono anche le fotografie della madre, amatissima, delle sorelle altrettanto amate e di Eleonora Duse. Poi c'è la stanza del monco, dove D'Annunzio rispondeva, se ne aveva voglia, alla sua corrispondenza, spesso formata da creditori. E lì troviamo gli armadi della villa della Capponcina, quella villa in Toscana appunto dove aveva vissuto anni di amore tormentato con Eleonora Duse. Poi c'è il bagno blu con oggetti innumerevoli, la sala della Cheli, la sala da pranzo, a capotavola c'è questa testuggine con... testa e zampe di bronzo che è la testuggine che possedeva D'Annunzio che girava per il parco della villa e che un giorno fu trovata morta forse per indigestione forse in realtà perché veniva

dalle zone del deserto e probabilmente non ha retto alla differenza di clima e che rappresenta una sorta però di monito a contenersi nel mangiare per i convitati alla mensa di D'Annunzio E poi c'è la sala delle reliquie, la sala del mappamondo, il corridoio della via Crucis, tutti nomi estremamente suggestivi. Ma c'è anche la clausura, la parte più intima della dimora, che non è aperta al pubblico e dove viveva la pianista veneziana Luisa Baccara, che sarà accanto al poeta fino alla fine. Il vittoriale, con le sue stanze spesso oscurate da vetri lavorati, alabastri o pesanti tendaggi per proteggere appunto la fotosensibilità del padrone di casa, ci restituisce l'immagine di un D'Annunzio che fu poeta, eroe, comandante,

grande seduttore, arbitro dell'eleganza, ma anche in un certo senso asceta, sempre però all'insegna della grandezza e dell'insuperabilità.

E allora prima di avviarci verso quello che sarà il capitolo finale di questa storia, io voglio dare la parola al nostro Giacomo Giacuinto per raccontarci se ci siano dei film, dei documentari eventualmente da guardare per saperne di più sulla vita, sulle opere, sugli amori di Gabriele D'Annunzio.

Allora, caro Michele, ho selezionato una serie di materiali che possono essere interessanti per tutti coloro che volessero conoscere questa vicenda. Il primo che vi consiglio lo trovate su Rayplay, il cattivo poeta film del 2021 con Sergio Castellito che interpreta D'Annunzio negli ultimi anni al Vittoriale, mentre un giovane gerarca fascista viene incaricato di sorvegliarlo. È una ricostruzione drammatizzata, non è un documentario, però sicuramente vi dà Un'idea molto precisa del clima politico che circondava D'Annunzio all'epoca. Il più interessante per capire come D'Annunzio costruì il proprio personaggio pubblico è D'Annunzio, l'uomo che inventò se stesso. Anche questo su Rayplay mescola filmati d'archivio, fiction e un'analisi di Giordano Bruno Guerri che

secondo me fa una splendida analisi del personaggio. Chiudo con un altro documentario storico che potete trovare su Rai Storie e su Rai Play in questo caso, che è il 1919 Fiume, città di vita, che è fondamentale per la parte dedicata all'occupazione di fiume, i legionari, il nazionalismo, la regenza del Carnaro e il Natale di Sangue. Ricostruisce gli eventi attraverso documenti d'archivio, testimonianze, ma soprattutto luoghi storici.

E allora ringrazio il nostro Giacomo Giacquinto e torno dalle nostre ospiti di Autopsie Letterarie, cioè il titolo del vostro podcast, perché so che una vostra consuetudine è proprio di fare l'autopsia agli autori che state trattando e quindi arriviamo, come dicevo, al capitolo finale. di Gabriele D'Annunzio che muore improvvisamente al vittoriale il primo marzo del 1938 a 74 anni mentre si trova seduto al tavolo da lavoro nella stanza della Zambracca.

La causa ufficiale sarebbe appunto un'emorragia cerebrale ma attorno al suo corpo è nata anche una delle leggende più resistenti della cultura popolare italiana ovvero quella secondo cui si sarebbe fatto rimuovere una o addirittura due costole per riuscire a praticarsi l'autofellazio. E allora chiudendo questa puntata con una vera e propria autopsia letteraria voglio chiedervi che cosa sappiamo delle circostanze della sua morte e da dove nasce questa incredibile leggenda.

Guarda Michele, nessuno si sottoporrebbe mai a un intervento simile e adesso il perché te lo spiego. Direi che quello delle costole è proprio un mito. Per sfatarlo partiamo dalla biologia fondamentale della parete toracica. La gabbia toracica non è una semplice struttura contenitiva ma è un apparato dinamico essenziale per la sopravvivenza perché le costole proteggono organi vitali come il cuore e i polmoni e non solo, perché mantengono la stabilità della postura e permettono la meccanica respiratoria, si coordinano infatti con diaframma e muscoli intercostali. In particolare poi le costole, quelle fluttanti, sono l'undicesimo e il dodicesimo paio, si collegano posteriormente alle vertebre, ma anteriormente restano libere perché

vanno un po' a proteggere gli organi delicati come i reni. Allora, all'epoca di dannunzio la chirurgia toracica si trovava ancora in una fase che dir poco embrionale. L'unica procedura codificata che prevedeva la resezione chirurgica delle costole era la toracoplastica ed era utilizzata per forme gravissime di tubercolosi. Veniva utilizzata per far collassare un polmone intero, quello malato, evitando la diffusione del bacillo della tubercolosi al polmone sano. Questa pratica era quindi una asportazione chirurgica permanente di ampe porzioni costali proprio per provocare il collasso del polmone che proteggevano. Qual era il prezzo? Ecco che i dati storici e clinici dell'epoca indicano che la toracoplastica registrava una mortalità elevatissima e chi

sopravviveva aveva una drastica riduzione delle capacità polmonari totali. Nessun chirurgo, credo all'epoca, avrebbe mai accettato di eseguire un intervento così devastante su dannunzio soprattutto. Oggi con la tecnologia moderna questa chirurgia sulle costole si fa ma comporta comunque rischi che non sono trascurabili, infatti può provocare anche il pneumo toraceo, lesioni ai nervi intercostali, dolore cronico, perdita di stabilità. Insomma diciamo che è fatta solo in casi strettamente necessari. Allora, come faceva a nascere il mito? Il mito nasce, come abbiamo visto, dalla straordinaria capacità di D'Annunzio di fare di se stesso un'opera d'arte. Per andare invece poi alla morte più dettagliatamente, possiamo dire che i dati riportano questo. Mentre

era al suo tavolo da lavoro, moriva nella sua villa per un'amoreggia celebrale Gabriele D'Annunzio. Sullo scrittorio era aperto il lunario barbanera con una frase da lui sottolineata in rosso che annunciava la morte di una personalità. Un malore così fulmineo accompagnato da vertigini e perdita di coscienza immediata in un uomo di 74 anni era, e anche oggi però, il quadro clinico da manuale per un ittus emorragico devastante o un aneurisma o una rottura di un vaso cerebrale.

Quando il dottor Antonio Duse, il medico curante del poeta, e il dottor Alberto Cesari, che era il primario dell'ospedale di Salò, giunsero al vittoriale, constatarono il decesso basandosi su questi segni visibili esterni. Non è stata disposta nessuna autopsia, nessun prelevo di campioni per indagini da laboratorio. Dunque, che cosa hanno visto i dottori che sono arrivati? Allora, se per diagnosticare emorragia celebrale hanno evidenziato questi sei, assimmetria delle pupille, deviazione coniugata dello sguardo della testa, quindi tipico spostamento shift di mezza faccia, tracce di sangue o siero, probabilmente a causa del collasso che potevano essere fuoriuscite dalle vie aeree o dai condotti uditivi e quindi i medici emisero questa

diagnosi e chiusero insomma il certificato di morte ora io dunque posso fare delle altre ipotesi considerando altri fattori nel senso che non essendoci date a noi disponibili dobbiamo un po' inquadrare un uomo di 74 con la vita di dannunzio alle spalle che uno ve l'ho spiegato era affetto da sifilide cronica non curata non era possibile E poi, come hai fatto capire tu, come ha fatto capire Sabina prima, utilizzava della cocaina, quindi era tossicodipendente. Infatti Attilio Mazza, che nel suo saggio Le medicine di D'Annunzio, vuole suggerire un'altra possibilità, cioè suggerisce che il poeta possa essere morto per una overdose di farmaci, tra cui anche dei sonniferi. Quindi, Diciamo che la situazione è molto complessa, generalmente posso dire che

sia la sifilide che genera danni vascolari, quindi anche ai vasi del cervello, sia la cocaina possono essere state una concausa di un'emorragia celebrale. Quando parlo però di cocaina dovete immaginare un utilizzo molto diverso dal nostro perché nel 1884 l'oftalmologo Köhler ne dimostrò lo straordinario potere anestetico locale e quindi incominciò a diventare di larghissimo utilizzo a livello chirurgico e come dire medico perciò effettivamente il quantitativo di utilizzo era molto elevato ora Cosa succede alla cocaina? Che effetti ha sui vasi? Il primo bersaglio della cocaina è il rivestimento protettivo interno dei vasi sanguigni che si chiama endotelio.

Allora normalmente l'endotelio garantisce la salute del vaso e la sua corretta dilatazione. Nel caso in cui un uso prolungato di cocaina come nel caso di dannunzio, quindi nel caso di tossicodipendenza, la cocaina induce la morte delle cellule dell'endotelio. Quando l'endotelio si va a lesionare, l'arteria non riesce più a cambiare, a variare il suo calibro, a sopportare la pressione sanguigna, diventa debole, si può rompere facilmente. Non solo perché quando si assume cocaina immediatamente c'è un aumento forte della pressione arteriosa, quindi le arterie sono sottoposte a una forte pressione e quindi sono sotto stress, essendo già danneggiate è molto probabile che si rompano. Quindi diciamo che riassumendo,

arterie danneggiate per gli attacchi batterici della sifilide e per il danno cronico utilizzato da cocaina alta pressione sanguigna che è anche abbastanza normale in un uomo di 74 anni l'ipertensione ok uguale altissimo rischio di rottura del vaso ed emorragia celebrare quindi è plausibile ipotizzare che questa sia stata davvero la causa di morte e che però sia dovuta a moltissimi come dire strascichi della vita che ha vissuto D'Annunzio

E allora ringrazio ancora una volta le nostre ospiti, Sabina Ghirardi e Valentina Tosetti del podcast Autopsie Letterarie per essere state con noi. Direi che su questa nota possiamo chiudere questo episodio lunghissimo, bellissimo, interessantissimo. Quindi grazie ragazze per essere state con noi

Grazie Michele per questa opportunità, è stato veramente molto bello e mi piace avere la possibilità di intrecciare la scienza, la biologia, la medicina con i fatti letterali e non solo, anche storici che riguardano un po' la vita di tutti noi, quindi questa opportunità per me è stata veramente bella, grazie.

Ovviamente un super ringraziamento per averci ospitate in questa puntata di Non spegnere la luce spero di avervi accompagnato in un viaggio non troppo noioso alla scoperta o alla riscoperta di Gabriele D'Annunzio anche al di là diciamo di delle pagine dei manuali, delle pagine dei libri speriamo di aver fatto rivivere un po' la sua parentesi di nascita e la sua parentesi di morte e di avervi incuriosito a magari tornare a rileggere qualcuna

delle sue opere. Grazie ancora di cuore, davvero. E grazie a tutti voi che ci avete ascoltato fino alla fine, siete veramente degli eroi, siete veramente dei patrioti di non spegnere la luce, e quindi noi non possiamo fare altro che inchinarci alla vostra pazienza, alla vostra resilienza per essere arrivati fino a qui. Purtroppo non ci sarà, il consueto sbrodolo perché siamo andati veramente lunghi abbiamo decisamente sbrodolato noi stessi con questa puntata e direi anche che per questa settimana salterà l'appuntamento con Patreon chiediamo scusa a chi ci sostiene però speriamo di avervi portato un maxi contenuto con questa puntata che secondo me supera tutti i limiti dei super saiyan e anche degli archivi di non spegnere la

luce che ormai conta più di 200 puntate all'attivo quindi ci perdonerete voi che ci sostenete anche su Patreon però siamo stanchissimi e orgogliosissimi di quello che abbiamo portato fino a qui l'appuntamento allora la prossima settimana stesso posto stessa ora e nel frattempo io vi raccomando di non spegnere la luce

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